Consulenza tecnica grafologica e indagini difensive per una simbiosi vincente

A cura di Roberto Colasanti

Gli odierni studi legali di successo conoscono molto bene l’importanza delle indagini difensive e se ne avvalgono oramai con assiduità tale da costituire il loro normale “modus operandi”.

Molti altri studi legali invece risultano meno inclini all’utilizzo delle indagini difensive in tutti i loro molteplici aspetti, anche in ragione del conseguente aggravio economico  da far sopportare al cliente, ritenendo di potervi ovviare con il solo studio degli atti a disposizione.

Tale scelta costituisce un rischio di carattere professionale soprattutto quando le indagini difensive hanno la necessità di coinvolgere la figura del consulente tecnico di parte ovvero di quel soggetto che per esperienza e conoscenze possedute non potrà essere mai surrogato dal solo intervento dell’avvocato. D’altronde neanche il consulente tecnico può pensare di avventurarsi in autonome azioni non concordate preventivamente con il legale che è il responsabile indiscusso della strategia difensiva.
In tale ottica pare appropriato al fine del migliore esito delle indagini difensive che l’intesa tra l’avvocato e il consulente tecnico assuma le vesti di un rapporto di quasi simbiosi, in cui nel rispetto della diversità dei ruoli e delle competenze professionali, possa consentire di cogliere l’obiettivo sperato che in un procedimento penale può significare a conclusione delle indagini preliminari, il proscioglimento dalle accuse, il rinvio a giudizio per ipotesi di reato più tenui oppure la scelta di riti processuali alternativi a quello ordinario che comportino pene certe e meno afflittive nella durata temporale.

Le indagini difensive anche in ambito grafologico forense non fanno eccezione, richiedono la nomina da parte dell’avvocato, al quale è stato conferito mandato dall’assistito, affinché svolga attività investigativa, anche preventiva, ai sensi degli articoli 327 bis, 391 bis, 391 nonies e seguenti del Codice di Procedura Penale. Le indagini difensive svolte in tale ambito riguardano l’attività tecnica di perizia grafologica su manoscritti per stabilirne ove possibile l’autenticità o la probabilità, in misura più o meno elevata, che appartengano alla mano dell’indagato o di altri soggetti coinvolti o estranei alle indagini, ma che possono essere utili anche a tracciare il profilo dell’autore del reato.
Gli studi legali hanno infatti la facoltà di avvalersi, ex art. 391 nonies cpp, tra le varie figure di consulenti anche dei grafologi giudiziari che una volta incaricati, potranno ricercare in proprio e nella piena legalità firme o scritture indispensabili alla comparazione con le scritture o firme in possesso dell’accusa o comunque inserite nel fascicolo delle indagini. La nomina del grafologo giudiziario come consulente tecnico della difesa finalizzata all’esecuzione delle investigazioni grafologiche permette al predetto consulente di realizzare tutta una serie di attività tecniche atte a identificare, preservare, acquisire in copia, riprodurre fotograficamente ed esaminare le scritture in modo da poter elaborare una consulenza grafologica utilizzabile come indagine difensiva davanti all’Autorità Giudiziaria.

 

Roberto Colasanti

Ufficiale Superiore dell’Arma dei Carabinieri

Aspetti pratici in grafologia peritale – Civile e Penale due realtà a confronto

A cura di Patrizia Belloni
Grafologa giudiziaria

La consulenza tecnica grafologica, in ambito forense, è una attività che viene svolta da un esperto in materia, al fine di accertare l’autenticità o meno di uno scritto, oppure di una firma, attraverso scritture o firme di comparazione.
Una breve introduzione sull’argomento prima di entrare nel vivo della questione, una premessa per dire che, purtroppo o per fortuna, non basta asserire che la firma non è la propria, quando si vuole sostenere la propria estraneità, ovvero disconoscere una firma, magari apposta su un contratto di locazione, piuttosto che una fideiussione bancaria ecc.
In tali circostanze, occorrono prove certe, riscontri oggettivi, che si fondano sulle firme comparative, (discreta quantità) della persona che richiede una perizia grafologica, che siano certificate da un pubblico ufficiale, coeve, e possibilmente originali.
Nell’ambito della perizia giudiziaria, ciò che conta, riguarda esclusivamente il metodo di ricerca degli elementi grafici di uno scritto, firme da verificare, quindi, affinché tutto ciò abbia luogo, occorrono inevitabilmente, scritture o firme di comparazione che, in ambito civile saranno fornite dal cliente, al grafologo di sua fiducia, prima di intraprendere qualsiasi azione legale.
In ambito penale la procedura è alquanto più complessa e delicata, considerato che, è in gioco, spesso, la libertà personale del cliente.
In questi casi è bene che il prima possibile, si instauri una stretta sinergia tra il grafologo giudiziario CTP, ed il legale di fiducia, che potrà valutare al meglio come coinvolgerlo nell’ambito del procedimento penale in corso.
Per esemplificare, nel caso di una persona colpita dalla misura cautelare degli arresti domiciliari, sarà l’avvocato del proprio assistito che, nell’ ambito delle indagini difensive potrà fornire al grafologo eventuali manoscritti o firme di comparazione, al fine di uno studio preliminare che potrà servire a comprenderne l’utilità in chiave difensiva.
Quindi in ogni caso, si rende indispensabile la collaborazione tra avvocato e grafologo.
Il compito del CTP, sia in ambito civile che penale, rappresenta una fonte di persuasione molto importante, soprattutto per il Giudice, infatti, la necessità di una perizia nasce proprio dall’esigenza di valutare, ovvero, prendere in considerazione anche una indagine, puramente tecnica.
La perizia grafologica in ambito penale è piuttosto complessa, infatti, esaminare un fascicolo processuale è difficile, occorre l’autorizzazione del Giudice, spesso ci sono soltanto copie fotostatiche, inoltre, accade raramente che sia d’accordo nel sottoporre ad una attenta valutazione degli atti dai periti, spesso per il timore che l’acquisizione di informazioni possa influire sul giudizio del consulente di parte.
Ho esaminato pochi giorni fa, dei documenti che mi sono stati inviati da una persona indagata, ed ho potuto riscontrare che si tratta di un caso di dissimulazione di firma.
La dissimulazione avviene quando una persona, dovendo necessariamente apporre il proprio nome e cognome, su qualsiasi tipologia di documento, tenta, in maniera conscia, di scriverlo in maniera diversa dal suo solito, al fine di rendersi apparentemente irriconoscibile, quindi, consapevole che in futuro dovrà disconoscere la propria firma.
In questo caso specifico, la persona, ha dovuto firmare su un contratto più volte di seguito, in maniera subitanea, con la infelice conseguenza che, ogni firma appare, evidentemente diversa, l’una dall’altra, pur avendola apposta nel giro di pochi secondi.
Secondo Klages, psicologo, grafologo di fama internazionale, “i segni che più facilmente possono essere modificati sono le lettere maiuscole, minuscole, i tratti finali ed iniziali, ma anche i valori angolari, cioè l’inclinazione, chi ha la grafia inclinata la raddrizza, chi l’ha dritta la rovescia”.
Ciò accade quando si vuole dissimulare la propria grafia, ma non essendo naturale, ovvero che fa parte della natura dello scrivente, in un certo senso si tenta di “migliorare” il falso di volta in volta, aggiungendo tratti superflui che non fanno altro che portare il grafologo alla conclusione di mascheramento intenzionale.
Per concludere, il mio messaggio, rivolto a tutti coloro che mi seguono attraverso “grafologia magazine”, è che, non sempre ci sono i presupposti per stilare una perizia a favore di chi la richiede.
Quando mi vengono mostrate, firme o scritti da verificare, la prima richiesta, da parte mia, è che mi vengano fornite scritture o firme di comparazione, ovvero di confronto, certe, che non vi siano dubbi sulla originalità.
Naturalmente, mi prendo del tempo per valutare, pochi giorni, ma, necessari per studiare tutto il materiale a disposizione, non è sufficiente la valutazione “empirica”, cioè quella che si basa esclusivamente sulla esperienza, affidandoci soltanto al “colpo d’occhio”, sicuramente molto utile, come primo approccio, ma poi, saranno necessari strumenti di natura tecnologica per valutare al meglio tutta la documentazione da esaminare.

VANTAGGI DEL TESTAMENTO OLOGRAFO

A cura di Patrizia Belloni
Grafologa giudiziaria

Uno dei principi fondamentali, quando si osserva un testamento olografo, è non farsi condizionare, né dalla eccessiva brevità del testo, che non sempre è sinonimo di falso, né da quello prolisso, troppo particolareggiato, che spesso non è garanzia di autenticità.
In entrambi i casi, si deve procedere con molta cautela, sgombrare la mente da qualsiasi pregiudizio di genere ed attenersi esclusivamente alle prove certe, ovvero scritture e firme di comparazione, il più possibile coeve alla data del testamento, e procedere con il confronto sulla scrittura da esaminare, mettendo sul piatto della bilancia divergenze e conformità.
Se, da un lato, il testamento olografo è preferito dal testatore anche da un punto di vista psicologico, per la possibilità che ha di poterlo correggere, rifare, aggiornare, lo è anche al grafologo, in quanto ha l’attuabilità, di poter effettuare, attraverso la grafia, una anamnesi del de cuius.
Sono numerose le “informazioni” che si possono ricavare dalla scrittura, attraverso un profilo psicologico, che si può elaborare, quando si analizza un testamento scritto di proprio pugno dal testatore.
Risultano molteplici gli aspetti che esulano dalla perizia sulla scrittura vera e propria, soltanto da un punto di vista tecnico, quindi, oltre a prendere in considerazione i generi della scrittura, la forma, la dimensione, ecc., ci si avvale anche di quegli elementi extragrafici, che si rivelano, a volte, fondamentali per integrare l’analisi grafotecnica di un testamento.
Infatti sono quelle componenti, che aiutano ad evidenziare le peculiarità di un individuo, ovvero il carattere, la mentalità, la sensibilità, il livello culturale, non da meno il modo di approcciarsi con l’altro, ma che fanno parte proprio di quella persona, appunto individuali.
Recentemente ho svolto una perizia su un testamento olografo molto particolare.
Soltanto due righe, uno scritto breve, lapidario ed asettico, non vi era alcun segno di emozione, alcun coinvolgimento, che traspare di solito, attraverso la grafia, quando il testamento olografo è autentico.
Scrivere il proprio testamento è un momento molto delicato, significa stare in raccoglimento con se stessi, ed in pochi attimi, mentre si scrivono le ultime volontà, i ricordi scorrono veloci, si pensa alle persone care, ai figli, al compagno magari di una vita ed è proprio per questo motivo che dalla scrittura emerge lo stato d’animo di quel preciso momento, che non sarà sicuramente distaccato.
Chi scrive un testamento olografo, solitamente tende ad essere molto chiaro circa le proprie volontà, alle volte la dimensione delle lettere aumenta, la grafia  è più chiara e leggibile, proprio per il timore di non essere capiti, ma lo stile ovviamente non cambia.
Il testatore chiarisce anche il più piccolo dettaglio, e se in vita è stata una persona con una precisione ineccepibile, radicata ai propri schemi mentali, quando scrive il “suo” testamento lo è maggiormente.
In questa occasione, sono stata agevolata dai numerosi scritti che mi sono stati forniti dai familiari del “de cuius”, gli originali di tante situazioni, dalla denuncia di smarrimento di alcuni documenti, alla lettera che aveva scritto per ricordare un evento particolare, il compleanno di suo fratello, una bella giornata, trascorsa all’aria aperta, una gita con tutta la famiglia, un racconto dettagliato dove traspariva affetto e coinvolgimento.
Era una persona che amava scrivere, una grafia molto evoluta dal modello scolastico, e ciò si nota anche da come vengono legate le lettere, chi è abituato a scrivere tende a velocizzare il gesto grafico effettuando delle “ricombinazioni”, ovvero delle ricostruzioni grafiche molto particolari.
Inoltre svolgeva una professione piuttosto importante, ogni giorno a stretto contatto con avvocati e magistrati, per svariati anni, persona precisa e formale, abituata a descrivere, chiarificare ogni minimo dettaglio.
In quel caso ho avuto la possibilità di avvalermi anche delle valutazioni extragrafiche e di conoscere a fondo  la persona attraverso le sue lunghe lettere, la sua profonda cultura.

Le  scritture comparative, in quel caso, denotavano l’altruismo dello scrivente e, non per ultimo, l’affetto sincero che nutriva per la propria famiglia.
Aver riscontrato, nel testamento in verifica, anche un livello ortografico notevolmente divergente dall’abituale modo di scrivere che la persona aveva, persino la firma, incerta e stentata, quando si scrive il proprio nome e cognome, il ductus, appare sempre agile e flessuoso, apporre la propria firma, è un gesto naturale per eccellenza, perché fa parte della esclusiva natura di chi la scrive.
La conclusione, purtroppo, è stata quella di falso, un tentativo di imitazione mal riuscito.
Nel momento in cui un soggetto con una scrittura elementare, non evoluta dal modello scolastico, con scarsa capacità grafomotoria, penalizzata a volte anche dal tipo di professione svolta, (per esempio di chi svolge un lavoro prettamente manuale) prova ad imitarne una molto evoluta, il tentativo fallisce.
Per questo, quando si falsifica un documento, in questo caso un testamento olografo, si tende a scrivere molto poco.
Quando si prova ad imitare la scrittura di un’altra persona, c’è un impegno psicomotorio non indifferente, ed è per questo motivo che la scrittura non risulta naturale, né spontanea, perché ci si concentra molto per effettuare l’imitazione, il grado di tensione del braccio e dalla mano aumentano notevolmente, e quindi avremo una scrittura “immobile”.
Uno dei tanti vantaggi ad avere scritti originali, del “de cuius” il più possibile coevi alla data del testamento, è proprio quello di poter valutare meglio, anche la pressione ed il tratto, che sono inimitabili.

La disgrafia quale anomalia dello sviluppo della scrittura


La disgrafia è un’anomalia dello sviluppo della scrittura
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Sono molteplici le difficoltà che si trova ad affrontare un bambino disgrafico, a causa della problematicità nel coordinare il gesto corsivo.

Questo significa che l’organizzazione di un testo, ovvero come viene disposto il tracciato grafico sul foglio, quindi la distanza tra le parole, tra un rigo e l’altro, i margini, sono appunto anomali, il risultato sarà un insieme caotico, discordante.
Un bambino disgrafico trova difficoltoso anche incolonnare i numeri per eseguire addizioni, moltiplicazioni, ecc, oppure colorare un disegno, non riesce a gestire il colore all’interno del margine.
La disgrafia può essere causata da molteplici fattori, che possono essere definiti concause.
Da non sottovalutare i disturbi dovuti alla motricità, la difficoltà di orientamento, di organizzazione spaziale, difficoltà psico-affettive, fattore genetico.
Le cause soggettive, ovvero quelle che dipendono dal bambino, possono essere le stesse appena elencate, che purtroppo a volte, si combinano, si sommano, con la mancanza di qualità e l’insufficienza di stimoli scolastici, sin dai primi momenti, importantissimi, dell’apprendimento grafico.
Sovente, anche i frequenti cambiamenti degli insegnanti può essere un intralcio all’acquisizione dei corretti meccanismi di scrittura del bambino.
Nella odierna società, agli alunni, sin dalla prima classe di scuola elementare, viene insegnato a scrivere in stampatello, su foglio a quadretti molto grandi, dove le lettere sono tutte della stessa dimensione, ossia enorme.
Non c’è distinzione tra lettera maiuscola e minuscola, non viene spiegato ai bambini l’importanza dello spazio, la parte bianca, che deve intercorrere tra una parola e l’altra, per una più facile lettura del testo, non soltanto per gli insegnanti, ma anche del bambino che scrive.
Più di una volta mi è capitato di assistere a scene drammatiche, dove l’alunno non riusciva a decifrare la sua stessa scrittura.
Rispettare i margini, che ormai non ci sono più, dal momento che far scrivere su fogli a quadrettoni significa riempire in modo esagerato, tutto lo spazio.
La ripartizione spaziale è molto importante, vuol dire insegnare come gestire il foglio, in armonia.
Ho visto il quaderno di una bambina di seconda elementare, per motivi di lavoro, e sono rimasta basita.
“La maestra ci ha detto che dobbiamo mettere un puntino tra una parola e l’altra, per poterci capire qualcosa quando legge i nostri pensierini”
Così si prosegue fino alla terza elementare, e poi ci si stupisce se, alle classi successive, questi alunni incontrano non poche difficoltà.
Di contro, mi sento di affermare che anche la famiglia non è esente da responsabilità.
In quanto, ci sono tre gradi di disgrafia, lieve, media, grave.
Se è vero che una eventuale disgrafia viene “riconosciuta dagli insegnanti verso gli otto, nove anni, un genitore può tranquillamente scoprire nel proprio bambino questo disagio molto tempo prima, già verso i quattro, cinque anni.
Se al posto di IPad, tablet, e smartphone di ultima generazione, di uso molto frequente, anche nei bimbi molto piccoli, ci fosse un “ritorno” dei vecchi album con figure da colorare, dapprima piuttosto grandi, poi via via che il bambino acquista la giusta motricità sempre più piccole, sicuramente ci si accorgerebbe molto prima della difficoltà del proprio figlio.
Per non parlare dei puzzle da comporre con i personaggi dei cartoni animati che preferisce, oppure le costruzioni, tanti mattoncini colorati che, con la giusta fantasia si trasformeranno in tutto ciò che il piccolo costruttore vorrà.
Ritagliare delle figure, con forbici adatte come grandezza alla sua mano, con la punta arrotondata, vicino ad un adulto, che sia un genitore, un nonno o baby sitter, e poi incollarle su un grande cartellone colorato, magari per raffigurare un bioparco, piuttosto che un carnevale con tante maschere.
Riuscire a stimolare la fantasia del proprio bambino, risvegliare l’artista che alberga in lui, è di grande importanza per la sua crescita psicomotoria.
Queste sono tutte attività molto creative, possono sembrare anacronistiche, nell’era del digitale, ma è attraverso questi passatempi, che il bambino si abitua alla gestione del proprio corpo, soprattutto delle mani, ed allo stesso tempo offre al genitore, spesso alla mamma di “capire”, anzitempo, se il proprio bambino, riesce o no a svolgere queste attività.
Oltre a ciò, scoprire, inoltre, la difficoltà a gestire un paio di piccole forbici, parliamo di una età compresa tra i cinque, sei anni, allora, anche in questo caso, potrebbe essere un primo campanello di allarme.
Poi saranno ovviamente gli esperti a fare una diagnosi.
La disgrafia è annoverata tra i disturbi specifici dell’apprendimento (“DSA”) di cui alla legge 8 ottobre 2010 n. 170 che all’art. 1 dispone quanto segue: “La presente legge riconosce la dislessia, la disgrafia, la disortografia e la discalculia quali disturbi specifici di apprendimento, di seguito denominati «DSA», che si manifestano in presenza di capacità cognitive adeguate, in assenza di patologie neurologiche e di deficit sensoriali, ma possono costituire una limitazione importante per alcune attività della vita quotidiana”. Nella predetta legge è contenuta una definizione della disgrafia quale “disturbo specifico di scrittura che si manifesta in difficoltà nella realizzazione grafica.”
Appare utile evidenziare che la Legge 170/2010 prevede delle misure compensative e dispensative in favore dei soggetti affetti da disturbi specifici dell’apprendimento come la disgrafia sicché le scuole devono prevedere dei piani di studio personalizzati, c.d. “PDP”.
Inoltre, nella valutazione scolastica i docenti debbono tenere conto della presenza di disturbi specifici dell’apprendimento.
La posizione di fragilità degli studenti affetti da “DSA” trova, quindi, tutela legale. Pertanto, qualora vi siano degli istituti scolastici che non diano attuazione alla Legge 170/2010 è possibile adire la competente autorità giudiziaria.
In sintesi, la disgrafia deve essere considerata quale possibile disturbo dell’apprendimento, individuabile con l’ausilio di grafologi, pedagogisti, psicologi e psicoterapeuti nonché con la collaborazione dei docenti.
Individuata la problematica con l’ausilio degli esperti sarà possibile aiutare e tutelare coloro che la devono affrontare quotidianamente.

Patrizia Belloni – Grafologa

Gabriele Colasanti – Avvocato

 

Conoscere la grafologia giudiziaria

L’importanza della comunicazione, la risposta ad alcuni quesiti sulla professione di grafologo giudiziario

A cura di Patrizia Belloni – grafologa giudiziaria

L’importanza della comunicazione, quella “sana”, che permette, a ciascuno di noi, qualora lo voglia, di approfondire un argomento, o perfino di poter conoscere in modo considerevole, un mondo inesplorato, come può essere quello della grafologia.
Questo è stato il mio obiettivo, con grafologia magazine, nel mio piccolo, di far apprezzare attraverso tante informazioni utili anche nel quotidiano, questa realtà tangibile, non una scienza astratta, quale la grafologia e le sue molteplici applicazioni.
Ultimamente ho avuto l’onore ed il piacere di aver rilasciato una intervista per una nota emittente radiofonica per parlare della professione del grafologo.
In pochi minuti, ho dovuto illustrare il compito che noi grafologi giudiziari siamo chiamati a svolgere, dare una definizione alla nostra professione.
Cosa fa in pratica un grafologo forense?
Deve accertare, attraverso scritture o firme di comparazione, ovvero confronto, se un manoscritto, tipo un testamento olografo, oppure firme apposte su assegni bancari o altri titoli, siano autentiche oppure no, cioè se il testo sia stato tracciato dal Sig. Rossi, oppure da un altro soggetto al posto del Sig. Rossi.
La prassi è di facile comprensione, di solito si svolge una ispezione preliminare, dove si decide se accettare o no una consulenza di parte, ma in questa fase è sconsigliato dare un giudizio di apocrifia o autenticità nell’immediatezza, anche se spesso viene richiesto dal cliente.
Ci vuole uno studio scrupoloso prima di potersi esprimere, il parere deve incentrarsi, sempre, su un esame accurato della scrittura “contestata” ovvero da verificare, avvalendosi di scritture o firme di comparazione, che dovranno necessariamente essere fornite dalla persona che decide di essere assistita dal grafologo giudiziario.
La grafologia giudiziaria o forense che dir si voglia, si poggia su solide basi, quelle oggettive.
Proprio per questo motivo, è necessario, ai fini di una buona riuscita dell’incarico, avere a disposizione una sufficiente quantità di manoscritti coevi alla data di quello redatto da analizzare, oppure se si tratta di una firma, il cliente dovrà fornire una serie di firme “certe”, apposte possibilmente su documenti di identità, oppure di fronte ad un Notaio, tipo atto di compravendita ecc…
Un’altra domanda molto interessante che mi è stata posta, riguarda gli strumenti del perito grafologo
Uno degli strumenti fondamentali per noi periti, è il computer, che ci consente di correggere automaticamente il testo e di poter archiviare gli elaborati e soprattutto le immagini.
Occorre naturalmente anche una buona stampante, personalmente uso quella laser a colori, ed uno scanner, di ottima qualità, perché da questo dipenderà la qualità delle immagini e la rapidità di scansione.
Un microscopio da collegare direttamente al PC, in modo da salvare direttamente le immagini ingrandite ben oltre 200 volte, in tal modo possiamo analizzare anche i più piccoli dettagli in una scrittura, che non sarebbero rilevabili ad occhio nudo.
Quando analizziamo una firma, un testo scritto a mano, dobbiamo sgombrare il campo dal fare altre considerazioni, anche se a volte riesce difficile, non pensare alla vita, all’infanzia felice o meno dello scrivente.
L’aspetto fondamentale, in perizia giudiziaria è il confronto, la comparazione con altre firme o testi, andare al di là delle apparenze, non soffermarsi troppo sulla “forma” della scrittura oppure la “dimensione”, come ho già ricordato, sono le due specie grafiche più facili da imitare, specialmente per i falsari esperti.
Un requisito concreto, reale da considerare riguarda la naturalezza e spontaneità di uno scritto o di una firma.
La naturalezza si concretizza quando, nel tracciato grafico non si rilevano forzature o tratti tesi ed incerti, tipo fermarsi e poi riprendere, quando firmiamo lo facciamo di getto, quindi la scioltezza ed un buon ritmo già possono condurci sulla strada dell’autenticità di una scrittura.
Cosi come la spontaneità, essa ci comunica che lo scrivente ha scritto di “propria volontà” libero da condizionamenti esterni.
La firma artificiale si riconosce essenzialmente dalla staticità del movimento, pressione piatta, a volte appare stentata, incerta, con ritocchi sulla forma delle lettere.

Altra cosa quando si deve esaminare un testo per tracciare un profilo psicologico
La grafia, l’impronta che la persona imprime sul foglio, offre a noi grafologi, la possibilità oltre il privilegio, di conoscere in modo approfondito il carattere, l’indole, il temperamento e le attitudini di un individuo.
Ognuno di noi custodisce dentro di se la propria storia, un bagaglio ricco di tanti avvenimenti, felici o no, comunque che lasciano un segno indelebile nella nostra mente, e che faranno sempre parte della nostra vita.
Attraverso la scrittura possiamo scoprire tutti questi aspetti ed anche altro.

Rapporti di collaborazione tra grafologi. Opportunità e criticità.

A cura di Roberto Colasanti

Per una moltitudine di situazioni capita che possano svilupparsi rapporti di collaborazione tra grafologi.
In diversi casi si tratta di collaborazioni occasionali sorte dall’esigenza di integrare competenze specialistiche, utilizzare strumentazioni tecniche o di avvalersi della struttura logistica di uno studio meglio attrezzato oppure più semplicemente di dividersi il lavoro per rispettare i tempi assegnati per la consegna.
Al pari dei rapporti di collaborazione tra professionisti delle più disparate discipline anche quelli tra grafologi danno luogo a scambi di esperienze che si traducono spesso in un reciproco arricchimento umano e professionale. Altrettanto vero è che i rapporti di collaborazione tra grafologi professionisti comportando implicazioni di carattere economico e di responsabilità professionale possono dare vita a incomprensioni e dissapori soprattutto quando per la loro sporadicità non siano stati oggetto a monte di un accordo in cui siano stati definiti nel dettaglio: termini economici, entità, qualità e ripartizione delle prestazioni d’opera.
Per quanto detto, appare evidente che proprio le collaborazioni a carattere occasionale pur rappresentando delle indiscusse opportunità di ampliamento degli orizzonti relazionali e lavorativi di contro possono far emergere serie criticità con ripercussioni altamente negative.
Tra le varie casistiche a rischio, preme menzionare quella in cui il consulente grafologo si presti a sottoscrivere un parere, relazione o perizia, interamente realizzata da altro grafologo che però non si sia sottoscritto. In tal caso la responsabilità professionale con tutte le relative conseguenze ricadrà in capo al solo grafologo firmatario seppure non abbia percepito alcun compenso.
In conclusione è sempre bene che nei rapporti di collaborazione tra grafologi professionisti siano definiti seppure in maniera stringata, i termini dell’accordo. A qualcuno potrà sembrare eccessivo, ma chiarite le motivazioni e superate le perplessità iniziali, la collaborazione tra grafologi potrà avviarsi in una cornice di reciproca tutela che sicuramente contribuirà a far sì che un’opportunità lavorativa non debba trasformarsi in una fonte di criticità per la gestione del rapporto di colleganza.

Prevenzione grafologica e diffusione giornalistica di notizie

ABSTRACT
A cura di Patrizia Belloni

Nell’articolo che seguirà questa breve introduzione, ho affrontato due tematiche, di grande attualità, che fanno parte del nostro vivere quotidiano, ovvero l’informazione attraverso i vari notiziari, giornali e trasmissioni televisive, e la prevenzione, in questo caso, per quanto riguarda l’aspetto grafologico nelle sue più variegate applicazioni.
L’importanza di una informazione giusta nelle “dosi”, come si suole dire “quanto basta”, il giusto equilibrio tra i vari ingredienti.
Si può, e si deve, far apprendere la notizia, senza scadere nel sensazionalismo, e soprattutto evitare di creare un film, quando si racconta il fatto, l’accaduto.
Ragguagliare la società, diffondere una voce, non vuol dire avere un vantaggio per il proprio giornale o trasmissione televisiva, ma che sappia tener conto, del possibile risultato opposto, ovvero negativo, che l’abbondante reiterazione del comunicato, potrebbe provocare in soggetti deboli.
Il secondo argomento, che mi riguarda molto da vicino, comprende la prevenzione di carattere grafologico.
Inserire nelle scuole medie, ma anche nei licei, la figura del grafologo, a mio avviso, sarebbe molto importante, proprio per un fine cautelativo nei confronti di un pre-adolescente o adolescente.
Dalla scrittura si possono capire gli aspetti fondamentali del carattere, e non soltanto.
Fare una analisi grafologica postuma, magari di un soggetto, reo confesso di un delitto, serve a poco…

PREVENZIONE GRAFOLOGICA E DIFFUSIONE GIORNALISTICA DI NOTIZIE

APPROFONDIMENTO
A cura di Patrizia Belloni

Il termine “femminicidio”, è ormai in gran voga, di cui sentiamo spesso parlare, nei vari notiziari televisivi, per descrivere, purtroppo, l’efferatezza messa in atto da alcuni uomini, nei confronti delle proprie mogli o compagne.
Personalmente questa locuzione mi lascia perplessa.
Viviamo nell’era della tecnologia, dei social, della modernità più sfrenata ed ancora si deve udire questo vocabolo, generico, quindi usato soprattutto nel mondo animale.
In un tempo, per fortuna ormai lontano, la parola femmina, veniva usata da una certa tipologia di uomini, che fossero padri, fratelli o mariti, per rimettere “a posto”, ricondurre sulla retta via una donna.
Sei soltanto una femmina, come se fosse un disvalore, e con ciò mi viene in mente il decadentismo.
Una corrente letteraria, sviluppatasi a partire dalla seconda metà dell’ottocento, fino ad inizio del novecento, che si contrapponeva alla razionale positività.
Lo stesso Petrarca, con sfumatura negativa, in uno dei suoi cantici: “Femmina è una cosa mobile per natura”.
La malafemmina, una canzone struggente, scritta ed interpretata dal principe Antonio De Curtis, in arte Totò, che aveva dedicato ad una donna, naturalmente, rea, di averlo abbandonato.
Tornando ai nostri giorni, mi viene in mente la nota serie televisiva, il celeberrimo commissario Montalbano, dove ogni qualvolta si parli di “ fimmina”… appare sempre una donna molto procace, appariscente, con abiti molto succinti, che puntualmente provoca il “povero” poliziotto.
Ad esempio, in India e Cina si eliminano più bambine di quelle che nascono in America ogni anno, il paese in cui nascere “femmina” può costare la vita.
Tuttavia, questo termine è deliberatamente usato, anche in modo del tutto volontario e disinvolto, ancora oggi, ma quando apprendiamo che è stato commesso un omicidio, nei confronti di essere umani, che siano donne, uomini o bambini non c’è differenza.
Rimane comunque un atto esecrabile, che suscita indignazione, un sacrilegio nei confronti dell’umanità.
Catalogare un assassinio, crimine di chi sopprime vite umane, nel caso specifico di donne, incasellarlo come “femminicidio”, è come, in un certo senso attribuire una specializzazione, seppur malevola, all’omicida.
Comprendo che questo possa suscitare, nei confronti di chi leggerà questo articolo, un certo disappunto, ma…
Nelle menti disturbate di taluni soggetti, purtroppo, anche questi reati così efferati, gli autori di questi atroci delitti si sentono al centro dell’attenzione, magari quella che è mancata nell’infanzia.
Si impossessano così della ribalta, finalmente vengono notati, in qualche modo, e le loro “gesta” hanno una risonanza davvero eclatante.
Personalmente disapprovo la reiterazione esagerata, esasperante, della stessa notizia, ogni volta “arricchita” di particolari sempre più inquietanti.
E’ pur vero che l’informazione è fondamentale, essere sempre al corrente di ciò che accade, va bene, ma disapprovo il sensazionalismo ad ogni costo, e spesso, purtroppo proprio per questo motivo vengono diffuse notizie del tutto infondate.
Dobbiamo pensare che…
Quando si fa informazione, enfatizzare con racconti particolareggiati, immagini a volte agghiaccianti, si potrebbe favorire un meccanismo perverso, nella mente di chi ha già una predisposizione caratteriale, patologica, verso determinati comportamenti.
In questi ultimi giorni, si sente parlare molto spesso, della giovanissima Noemi, aveva soltanto sedici anni, uccisa dal fidanzato coetaneo.
Mi astengo dal fare commenti sul biglietto, scritto dal ragazzo, peraltro in stampatello, ed anche sulla lettera che ha scritto lo scorso anno.
Vorrei invece soffermarmi, sull’importanza della prevenzione, aspetto determinante, per “tentare” di fare in modo che questi delitti accadano sempre più raramente, sino allo scomparire del tutto.
La grafologia offre degli strumenti inimmaginabili.
Ad esempio, attraverso la scrittura di una persona si può rilevare lo psichismo personale, da cui dipendono i vari processi funzionali: sentimenti, rapporti sociali, reazioni… insomma la condotta personale, anche di ragazzi molto giovani, con una particolare attenzione verso gli adolescenti.
Ognuno di noi ha il proprio modo di reagire di fronte agli stimoli, proprio come un circuito attivato dalla corrente elettrica, così lo psichismo personale è stimolato da un “movente”.
La persona collerica, che per un futile motivo, può scatenare una eccessiva aggressività…
Ciò avviene perché ha una “resistenza” psichica molto bassa, se avesse una normale resistenza, la forza del movente dovrebbe essere di gran lunga maggiore per dar luogo alla collera.
Tutto questo, e molto altro, si può capire attraverso la scrittura, prendendo in esame le “psicopatologie”.
Credo fermamente nei campanelli di allarme, un genitore attento può tranquillamente percepire, se il proprio figlio è vittima di qualche disagio psicologico, e fare finta che il problema non esista, o addirittura giustificarlo, certamente non lo aiuta.