La disgrafia quale anomalia dello sviluppo della scrittura


La disgrafia è un’anomalia dello sviluppo della scrittura
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Sono molteplici le difficoltà che si trova ad affrontare un bambino disgrafico, a causa della problematicità nel coordinare il gesto corsivo.

Questo significa che l’organizzazione di un testo, ovvero come viene disposto il tracciato grafico sul foglio, quindi la distanza tra le parole, tra un rigo e l’altro, i margini, sono appunto anomali, il risultato sarà un insieme caotico, discordante.
Un bambino disgrafico trova difficoltoso anche incolonnare i numeri per eseguire addizioni, moltiplicazioni, ecc, oppure colorare un disegno, non riesce a gestire il colore all’interno del margine.
La disgrafia può essere causata da molteplici fattori, che possono essere definiti concause.
Da non sottovalutare i disturbi dovuti alla motricità, la difficoltà di orientamento, di organizzazione spaziale, difficoltà psico-affettive, fattore genetico.
Le cause soggettive, ovvero quelle che dipendono dal bambino, possono essere le stesse appena elencate, che purtroppo a volte, si combinano, si sommano, con la mancanza di qualità e l’insufficienza di stimoli scolastici, sin dai primi momenti, importantissimi, dell’apprendimento grafico.
Sovente, anche i frequenti cambiamenti degli insegnanti può essere un intralcio all’acquisizione dei corretti meccanismi di scrittura del bambino.
Nella odierna società, agli alunni, sin dalla prima classe di scuola elementare, viene insegnato a scrivere in stampatello, su foglio a quadretti molto grandi, dove le lettere sono tutte della stessa dimensione, ossia enorme.
Non c’è distinzione tra lettera maiuscola e minuscola, non viene spiegato ai bambini l’importanza dello spazio, la parte bianca, che deve intercorrere tra una parola e l’altra, per una più facile lettura del testo, non soltanto per gli insegnanti, ma anche del bambino che scrive.
Più di una volta mi è capitato di assistere a scene drammatiche, dove l’alunno non riusciva a decifrare la sua stessa scrittura.
Rispettare i margini, che ormai non ci sono più, dal momento che far scrivere su fogli a quadrettoni significa riempire in modo esagerato, tutto lo spazio.
La ripartizione spaziale è molto importante, vuol dire insegnare come gestire il foglio, in armonia.
Ho visto il quaderno di una bambina di seconda elementare, per motivi di lavoro, e sono rimasta basita.
“La maestra ci ha detto che dobbiamo mettere un puntino tra una parola e l’altra, per poterci capire qualcosa quando legge i nostri pensierini”
Così si prosegue fino alla terza elementare, e poi ci si stupisce se, alle classi successive, questi alunni incontrano non poche difficoltà.
Di contro, mi sento di affermare che anche la famiglia non è esente da responsabilità.
In quanto, ci sono tre gradi di disgrafia, lieve, media, grave.
Se è vero che una eventuale disgrafia viene “riconosciuta dagli insegnanti verso gli otto, nove anni, un genitore può tranquillamente scoprire nel proprio bambino questo disagio molto tempo prima, già verso i quattro, cinque anni.
Se al posto di IPad, tablet, e smartphone di ultima generazione, di uso molto frequente, anche nei bimbi molto piccoli, ci fosse un “ritorno” dei vecchi album con figure da colorare, dapprima piuttosto grandi, poi via via che il bambino acquista la giusta motricità sempre più piccole, sicuramente ci si accorgerebbe molto prima della difficoltà del proprio figlio.
Per non parlare dei puzzle da comporre con i personaggi dei cartoni animati che preferisce, oppure le costruzioni, tanti mattoncini colorati che, con la giusta fantasia si trasformeranno in tutto ciò che il piccolo costruttore vorrà.
Ritagliare delle figure, con forbici adatte come grandezza alla sua mano, con la punta arrotondata, vicino ad un adulto, che sia un genitore, un nonno o baby sitter, e poi incollarle su un grande cartellone colorato, magari per raffigurare un bioparco, piuttosto che un carnevale con tante maschere.
Riuscire a stimolare la fantasia del proprio bambino, risvegliare l’artista che alberga in lui, è di grande importanza per la sua crescita psicomotoria.
Queste sono tutte attività molto creative, possono sembrare anacronistiche, nell’era del digitale, ma è attraverso questi passatempi, che il bambino si abitua alla gestione del proprio corpo, soprattutto delle mani, ed allo stesso tempo offre al genitore, spesso alla mamma di “capire”, anzitempo, se il proprio bambino, riesce o no a svolgere queste attività.
Oltre a ciò, scoprire, inoltre, la difficoltà a gestire un paio di piccole forbici, parliamo di una età compresa tra i cinque, sei anni, allora, anche in questo caso, potrebbe essere un primo campanello di allarme.
Poi saranno ovviamente gli esperti a fare una diagnosi.
La disgrafia è annoverata tra i disturbi specifici dell’apprendimento (“DSA”) di cui alla legge 8 ottobre 2010 n. 170 che all’art. 1 dispone quanto segue: “La presente legge riconosce la dislessia, la disgrafia, la disortografia e la discalculia quali disturbi specifici di apprendimento, di seguito denominati «DSA», che si manifestano in presenza di capacità cognitive adeguate, in assenza di patologie neurologiche e di deficit sensoriali, ma possono costituire una limitazione importante per alcune attività della vita quotidiana”. Nella predetta legge è contenuta una definizione della disgrafia quale “disturbo specifico di scrittura che si manifesta in difficoltà nella realizzazione grafica.”
Appare utile evidenziare che la Legge 170/2010 prevede delle misure compensative e dispensative in favore dei soggetti affetti da disturbi specifici dell’apprendimento come la disgrafia sicché le scuole devono prevedere dei piani di studio personalizzati, c.d. “PDP”.
Inoltre, nella valutazione scolastica i docenti debbono tenere conto della presenza di disturbi specifici dell’apprendimento.
La posizione di fragilità degli studenti affetti da “DSA” trova, quindi, tutela legale. Pertanto, qualora vi siano degli istituti scolastici che non diano attuazione alla Legge 170/2010 è possibile adire la competente autorità giudiziaria.
In sintesi, la disgrafia deve essere considerata quale possibile disturbo dell’apprendimento, individuabile con l’ausilio di grafologi, pedagogisti, psicologi e psicoterapeuti nonché con la collaborazione dei docenti.
Individuata la problematica con l’ausilio degli esperti sarà possibile aiutare e tutelare coloro che la devono affrontare quotidianamente.

Patrizia Belloni – Grafologa

Gabriele Colasanti – Avvocato

 

Conoscere la grafologia giudiziaria

L’importanza della comunicazione, la risposta ad alcuni quesiti sulla professione di grafologo giudiziario

A cura di Patrizia Belloni – grafologa giudiziaria

L’importanza della comunicazione, quella “sana”, che permette, a ciascuno di noi, qualora lo voglia, di approfondire un argomento, o perfino di poter conoscere in modo considerevole, un mondo inesplorato, come può essere quello della grafologia.
Questo è stato il mio obiettivo, con grafologia magazine, nel mio piccolo, di far apprezzare attraverso tante informazioni utili anche nel quotidiano, questa realtà tangibile, non una scienza astratta, quale la grafologia e le sue molteplici applicazioni.
Ultimamente ho avuto l’onore ed il piacere di aver rilasciato una intervista per una nota emittente radiofonica per parlare della professione del grafologo.
In pochi minuti, ho dovuto illustrare il compito che noi grafologi giudiziari siamo chiamati a svolgere, dare una definizione alla nostra professione.
Cosa fa in pratica un grafologo forense?
Deve accertare, attraverso scritture o firme di comparazione, ovvero confronto, se un manoscritto, tipo un testamento olografo, oppure firme apposte su assegni bancari o altri titoli, siano autentiche oppure no, cioè se il testo sia stato tracciato dal Sig. Rossi, oppure da un altro soggetto al posto del Sig. Rossi.
La prassi è di facile comprensione, di solito si svolge una ispezione preliminare, dove si decide se accettare o no una consulenza di parte, ma in questa fase è sconsigliato dare un giudizio di apocrifia o autenticità nell’immediatezza, anche se spesso viene richiesto dal cliente.
Ci vuole uno studio scrupoloso prima di potersi esprimere, il parere deve incentrarsi, sempre, su un esame accurato della scrittura “contestata” ovvero da verificare, avvalendosi di scritture o firme di comparazione, che dovranno necessariamente essere fornite dalla persona che decide di essere assistita dal grafologo giudiziario.
La grafologia giudiziaria o forense che dir si voglia, si poggia su solide basi, quelle oggettive.
Proprio per questo motivo, è necessario, ai fini di una buona riuscita dell’incarico, avere a disposizione una sufficiente quantità di manoscritti coevi alla data di quello redatto da analizzare, oppure se si tratta di una firma, il cliente dovrà fornire una serie di firme “certe”, apposte possibilmente su documenti di identità, oppure di fronte ad un Notaio, tipo atto di compravendita ecc…
Un’altra domanda molto interessante che mi è stata posta, riguarda gli strumenti del perito grafologo
Uno degli strumenti fondamentali per noi periti, è il computer, che ci consente di correggere automaticamente il testo e di poter archiviare gli elaborati e soprattutto le immagini.
Occorre naturalmente anche una buona stampante, personalmente uso quella laser a colori, ed uno scanner, di ottima qualità, perché da questo dipenderà la qualità delle immagini e la rapidità di scansione.
Un microscopio da collegare direttamente al PC, in modo da salvare direttamente le immagini ingrandite ben oltre 200 volte, in tal modo possiamo analizzare anche i più piccoli dettagli in una scrittura, che non sarebbero rilevabili ad occhio nudo.
Quando analizziamo una firma, un testo scritto a mano, dobbiamo sgombrare il campo dal fare altre considerazioni, anche se a volte riesce difficile, non pensare alla vita, all’infanzia felice o meno dello scrivente.
L’aspetto fondamentale, in perizia giudiziaria è il confronto, la comparazione con altre firme o testi, andare al di là delle apparenze, non soffermarsi troppo sulla “forma” della scrittura oppure la “dimensione”, come ho già ricordato, sono le due specie grafiche più facili da imitare, specialmente per i falsari esperti.
Un requisito concreto, reale da considerare riguarda la naturalezza e spontaneità di uno scritto o di una firma.
La naturalezza si concretizza quando, nel tracciato grafico non si rilevano forzature o tratti tesi ed incerti, tipo fermarsi e poi riprendere, quando firmiamo lo facciamo di getto, quindi la scioltezza ed un buon ritmo già possono condurci sulla strada dell’autenticità di una scrittura.
Cosi come la spontaneità, essa ci comunica che lo scrivente ha scritto di “propria volontà” libero da condizionamenti esterni.
La firma artificiale si riconosce essenzialmente dalla staticità del movimento, pressione piatta, a volte appare stentata, incerta, con ritocchi sulla forma delle lettere.

Altra cosa quando si deve esaminare un testo per tracciare un profilo psicologico
La grafia, l’impronta che la persona imprime sul foglio, offre a noi grafologi, la possibilità oltre il privilegio, di conoscere in modo approfondito il carattere, l’indole, il temperamento e le attitudini di un individuo.
Ognuno di noi custodisce dentro di se la propria storia, un bagaglio ricco di tanti avvenimenti, felici o no, comunque che lasciano un segno indelebile nella nostra mente, e che faranno sempre parte della nostra vita.
Attraverso la scrittura possiamo scoprire tutti questi aspetti ed anche altro.

Rapporti di collaborazione tra grafologi. Opportunità e criticità.

A cura di Roberto Colasanti

Per una moltitudine di situazioni capita che possano svilupparsi rapporti di collaborazione tra grafologi.
In diversi casi si tratta di collaborazioni occasionali sorte dall’esigenza di integrare competenze specialistiche, utilizzare strumentazioni tecniche o di avvalersi della struttura logistica di uno studio meglio attrezzato oppure più semplicemente di dividersi il lavoro per rispettare i tempi assegnati per la consegna.
Al pari dei rapporti di collaborazione tra professionisti delle più disparate discipline anche quelli tra grafologi danno luogo a scambi di esperienze che si traducono spesso in un reciproco arricchimento umano e professionale. Altrettanto vero è che i rapporti di collaborazione tra grafologi professionisti comportando implicazioni di carattere economico e di responsabilità professionale possono dare vita a incomprensioni e dissapori soprattutto quando per la loro sporadicità non siano stati oggetto a monte di un accordo in cui siano stati definiti nel dettaglio: termini economici, entità, qualità e ripartizione delle prestazioni d’opera.
Per quanto detto, appare evidente che proprio le collaborazioni a carattere occasionale pur rappresentando delle indiscusse opportunità di ampliamento degli orizzonti relazionali e lavorativi di contro possono far emergere serie criticità con ripercussioni altamente negative.
Tra le varie casistiche a rischio, preme menzionare quella in cui il consulente grafologo si presti a sottoscrivere un parere, relazione o perizia, interamente realizzata da altro grafologo che però non si sia sottoscritto. In tal caso la responsabilità professionale con tutte le relative conseguenze ricadrà in capo al solo grafologo firmatario seppure non abbia percepito alcun compenso.
In conclusione è sempre bene che nei rapporti di collaborazione tra grafologi professionisti siano definiti seppure in maniera stringata, i termini dell’accordo. A qualcuno potrà sembrare eccessivo, ma chiarite le motivazioni e superate le perplessità iniziali, la collaborazione tra grafologi potrà avviarsi in una cornice di reciproca tutela che sicuramente contribuirà a far sì che un’opportunità lavorativa non debba trasformarsi in una fonte di criticità per la gestione del rapporto di colleganza.

Prevenzione grafologica e diffusione giornalistica di notizie

ABSTRACT
A cura di Patrizia Belloni

Nell’articolo che seguirà questa breve introduzione, ho affrontato due tematiche, di grande attualità, che fanno parte del nostro vivere quotidiano, ovvero l’informazione attraverso i vari notiziari, giornali e trasmissioni televisive, e la prevenzione, in questo caso, per quanto riguarda l’aspetto grafologico nelle sue più variegate applicazioni.
L’importanza di una informazione giusta nelle “dosi”, come si suole dire “quanto basta”, il giusto equilibrio tra i vari ingredienti.
Si può, e si deve, far apprendere la notizia, senza scadere nel sensazionalismo, e soprattutto evitare di creare un film, quando si racconta il fatto, l’accaduto.
Ragguagliare la società, diffondere una voce, non vuol dire avere un vantaggio per il proprio giornale o trasmissione televisiva, ma che sappia tener conto, del possibile risultato opposto, ovvero negativo, che l’abbondante reiterazione del comunicato, potrebbe provocare in soggetti deboli.
Il secondo argomento, che mi riguarda molto da vicino, comprende la prevenzione di carattere grafologico.
Inserire nelle scuole medie, ma anche nei licei, la figura del grafologo, a mio avviso, sarebbe molto importante, proprio per un fine cautelativo nei confronti di un pre-adolescente o adolescente.
Dalla scrittura si possono capire gli aspetti fondamentali del carattere, e non soltanto.
Fare una analisi grafologica postuma, magari di un soggetto, reo confesso di un delitto, serve a poco…

PREVENZIONE GRAFOLOGICA E DIFFUSIONE GIORNALISTICA DI NOTIZIE

APPROFONDIMENTO
A cura di Patrizia Belloni

Il termine “femminicidio”, è ormai in gran voga, di cui sentiamo spesso parlare, nei vari notiziari televisivi, per descrivere, purtroppo, l’efferatezza messa in atto da alcuni uomini, nei confronti delle proprie mogli o compagne.
Personalmente questa locuzione mi lascia perplessa.
Viviamo nell’era della tecnologia, dei social, della modernità più sfrenata ed ancora si deve udire questo vocabolo, generico, quindi usato soprattutto nel mondo animale.
In un tempo, per fortuna ormai lontano, la parola femmina, veniva usata da una certa tipologia di uomini, che fossero padri, fratelli o mariti, per rimettere “a posto”, ricondurre sulla retta via una donna.
Sei soltanto una femmina, come se fosse un disvalore, e con ciò mi viene in mente il decadentismo.
Una corrente letteraria, sviluppatasi a partire dalla seconda metà dell’ottocento, fino ad inizio del novecento, che si contrapponeva alla razionale positività.
Lo stesso Petrarca, con sfumatura negativa, in uno dei suoi cantici: “Femmina è una cosa mobile per natura”.
La malafemmina, una canzone struggente, scritta ed interpretata dal principe Antonio De Curtis, in arte Totò, che aveva dedicato ad una donna, naturalmente, rea, di averlo abbandonato.
Tornando ai nostri giorni, mi viene in mente la nota serie televisiva, il celeberrimo commissario Montalbano, dove ogni qualvolta si parli di “ fimmina”… appare sempre una donna molto procace, appariscente, con abiti molto succinti, che puntualmente provoca il “povero” poliziotto.
Ad esempio, in India e Cina si eliminano più bambine di quelle che nascono in America ogni anno, il paese in cui nascere “femmina” può costare la vita.
Tuttavia, questo termine è deliberatamente usato, anche in modo del tutto volontario e disinvolto, ancora oggi, ma quando apprendiamo che è stato commesso un omicidio, nei confronti di essere umani, che siano donne, uomini o bambini non c’è differenza.
Rimane comunque un atto esecrabile, che suscita indignazione, un sacrilegio nei confronti dell’umanità.
Catalogare un assassinio, crimine di chi sopprime vite umane, nel caso specifico di donne, incasellarlo come “femminicidio”, è come, in un certo senso attribuire una specializzazione, seppur malevola, all’omicida.
Comprendo che questo possa suscitare, nei confronti di chi leggerà questo articolo, un certo disappunto, ma…
Nelle menti disturbate di taluni soggetti, purtroppo, anche questi reati così efferati, gli autori di questi atroci delitti si sentono al centro dell’attenzione, magari quella che è mancata nell’infanzia.
Si impossessano così della ribalta, finalmente vengono notati, in qualche modo, e le loro “gesta” hanno una risonanza davvero eclatante.
Personalmente disapprovo la reiterazione esagerata, esasperante, della stessa notizia, ogni volta “arricchita” di particolari sempre più inquietanti.
E’ pur vero che l’informazione è fondamentale, essere sempre al corrente di ciò che accade, va bene, ma disapprovo il sensazionalismo ad ogni costo, e spesso, purtroppo proprio per questo motivo vengono diffuse notizie del tutto infondate.
Dobbiamo pensare che…
Quando si fa informazione, enfatizzare con racconti particolareggiati, immagini a volte agghiaccianti, si potrebbe favorire un meccanismo perverso, nella mente di chi ha già una predisposizione caratteriale, patologica, verso determinati comportamenti.
In questi ultimi giorni, si sente parlare molto spesso, della giovanissima Noemi, aveva soltanto sedici anni, uccisa dal fidanzato coetaneo.
Mi astengo dal fare commenti sul biglietto, scritto dal ragazzo, peraltro in stampatello, ed anche sulla lettera che ha scritto lo scorso anno.
Vorrei invece soffermarmi, sull’importanza della prevenzione, aspetto determinante, per “tentare” di fare in modo che questi delitti accadano sempre più raramente, sino allo scomparire del tutto.
La grafologia offre degli strumenti inimmaginabili.
Ad esempio, attraverso la scrittura di una persona si può rilevare lo psichismo personale, da cui dipendono i vari processi funzionali: sentimenti, rapporti sociali, reazioni… insomma la condotta personale, anche di ragazzi molto giovani, con una particolare attenzione verso gli adolescenti.
Ognuno di noi ha il proprio modo di reagire di fronte agli stimoli, proprio come un circuito attivato dalla corrente elettrica, così lo psichismo personale è stimolato da un “movente”.
La persona collerica, che per un futile motivo, può scatenare una eccessiva aggressività…
Ciò avviene perché ha una “resistenza” psichica molto bassa, se avesse una normale resistenza, la forza del movente dovrebbe essere di gran lunga maggiore per dar luogo alla collera.
Tutto questo, e molto altro, si può capire attraverso la scrittura, prendendo in esame le “psicopatologie”.
Credo fermamente nei campanelli di allarme, un genitore attento può tranquillamente percepire, se il proprio figlio è vittima di qualche disagio psicologico, e fare finta che il problema non esista, o addirittura giustificarlo, certamente non lo aiuta.

“Fake news” – Nessuno escluso

A cura di Patrizia Belloni

L’era che attualmente stiamo vivendo, la possiamo definire “era digitale”, in quanto, la tecnologia, social network, dove al primo posto troviamo facebook, seguito da instagram e twitter, hanno modificato fortemente il modo di creare e gestire anche le relazioni umane.
Tutti noi siamo collegati ad internet costantemente, per lavoro, studio, o altro, basta un tablet, uno smartphone e possiamo accedere a qualsiasi notizia, in ogni parte del mondo.
Possiamo viaggiare e spaziare in un attimo, conoscere usi e costumi di paesi lontanissimi, avere scambi culturali con una infinità di persone, comunicare con il resto del mondo.
Se la tecnologia, se da un lato ci semplifica la vita, dall’altro può renderla altrettanto molto difficile da gestire.
In questi ultimi tempi si fa un gran parlare di “Fake News”, termine Anglosassone, che sta ad indicare le notizie false, che vengono messe in rete, sia dal cittadino comune, o da persone che comunque in un modo o nell’altro ne traggono un profitto.
Il rovescio della medaglia, il lato negativo di internet, è proprio questa forma ossessiva da parte di alcuni soggetti nel diffondere, attraverso la rete, notizie non soltanto false, ma addirittura dannose per la comunità, soltanto per generare ulteriore malcontento.
La più eclatante, risale a non molto tempo fa, quando un signore ha diffuso la notizia che suo figlio era diventato autistico in seguito ad una vaccinazione.
Oppure, affermare incautamente, che la meningite sia di provenienza soltanto Africana, dovuta all’immigrazione.
La presenza di tanti social network, hanno trasformato anche il cittadino qualunque, in un potenziale produttore di notizie, vere o false.
Tutti, oggi hanno la possibilità di sostituirsi al giornalista, basta avere uno smartphone, trovarsi nel momento dove si sta verificando un fatto, anche a volte spiacevole, riprenderlo, commentarlo e metterlo in rete, senza preoccuparsi, di quanto dolore, tutto questo, generi nelle persone coinvolte.
Nella grande famiglia delle “Fake News” troviamo anche il settore della grafologia, scienza umana che studia la scrittura delle persone.
Ciò che trovo più avvilente, è che molto spesso, sono proprio i “colleghi” a diffondere delle enormi “bufale”.
Addirittura qualche settimana fa, una grafologa, che ha un notevole spazio, in una nota rivista “rosa”, ha asserito che dalla scrittura, si può capire sicuramente, se prova quel sentimento chiamato amore, per una persona specifica.
Ora, è vero che analizzando il percorso grafico di due persone, che hanno una relazione sentimentale, si può capire se tra di loro esiste empatia, affinità elettive, se caratterialmente sono compatibili, se vanno nella stessa direzione, perseguendo gli stessi obiettivi, ma non possiamo spingerci oltre questo.
Questo tipo di notizia, purtroppo, non giova né alla categoria, né tantomeno al cittadino, che non biasimo, quando si rivolge al grafologo che non appare in televisione o su settimanali “rosa”, pensando che questi possano esaudire qualsiasi loro desiderio o necessità, perché lo hanno sentito dire da quelli bravi, quindi vero!
Come ricordo spesso, però mi rendo conto, mai abbastanza, che la grafologia è una scienza umana e come tale ha i suoi limiti.
Per i giornalisti, una delle prime regole del codice deontologico, è quella di verificare personalmente una notizia prima di pubblicarla, se si tratta di giornale cartaceo, piuttosto che on-line, ma anche prima di diffonderla nei vari media, sia televisivi che radiofonici.
Ciò vale anche per chi gestisce un blog, e non è detto che debba essere necessariamente un giornalista, ma dovrebbe comunque, usare il codice deontologico del “buon senso”.
Non fidarsi di fonti sconosciute, soltanto per “sensazionalismo”, come nel caso del “mostro Indonesiano”, che altro non era che un grosso animale morto, che ogni tanto affiorava sull’acqua.
Naturalmente questa notizia falsa, ha iniziato a circolare nel web, che oltre ai tantissimi klic, quindi denaro per i banner pubblicitari, gettando però, l’intera popolazione asiatica nella disperazione, un vero e proprio terrorismo psicologico.
Allora, in me, si fa strada un quesito: perché anche il cittadino “qualunque”, quando trova una notizia che viaggia in rete, non si pone la domanda, sarà vera?
Internet è indubbiamente una grande risorsa, se usato nel modo giusto, ma può trasformarsi, a volte, in una spietata macchina da guerra.

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Considerazioni sul disconoscimento della firma

A cura di Patrizia Belloni

L’ autenticità non dipende dalla sola affermazione dell’autore.

Il quesito più ricorrente che viene posto al grafologo giudiziario, è quello di accertare l’autografia o l’apocrifia di una firma, che essa sia stata apposta su un assegno, oppure su un contratto di qualsiasi genere, piuttosto che su un testamento.
Il secondo quesito, è che la vittima del presunto raggiro vuole sapere l’identità del falsario.
Se insorgono dei sospetti su una persona specifica, allora, in quel caso, il consiglio è di reperire più scritti possibili, firme su documenti ecc… al fine di poter effettuare delle comparazioni.
Lo psicologo e grafologo M. Pulver, in “Le simbolysme de l’ecriture”, sostiene che “ la forma del linguaggio grafico non dipende principalmente dalla mano, ma da quelle parti corticali del cervello da cui partono gli impulsi motori che guidano il movimento”.
Tutto ciò rende quella firma “unica”, nonostante non si possa sottovalutare il range di variabilità grafica insito in ogni scrittura, infatti a volte basta davvero poco per far in modo che appaia con qualche piccola variazione.
Una posizione scomoda del nostro corpo, ad esempio se firmiamo stando in piedi, oppure su un supporto cartaceo ruvido oppure abraso, addirittura uno stato d’animo particolare possono fare in modo di modificare la scrittura.
Ma questo, contribuisce soltanto in modo superficiale, esteriore, a modificare la scrittura o firma, infatti il compito del grafologo giudiziario, è proprio quello di capire la vera essenza dello scrivente, in modo da poter interpretare nel miglior modo possibile la scrittura.
Il primo elemento da considerare, è il metodo con il quale la persona conduce il percorso grafico, elemento innato, del tutto caratteristico, che si può riconoscere anche in caso di disturbi senili oppure di natura nervosa.
Pressione e tratto, come già ricordato, sono elementi imprescindibili dal nostro essere, impostazione e presa di possesso dello spazio, ovvero il modo di “distribuire” il nome e cognome sul foglio e lo spazio che intercorre tra di loro.
Questi sono gli elementi più importanti da valutare quando ci troviamo ad analizzare una firma, fanno parte degli otto generi della scrittura e non possiamo non prenderli in considerazione anche quando…si rivolge al grafologo giudiziario una persona che intende disconoscere la propria firma, dice di essere vittima di un raggiro, ma… guardandola e facendo un confronto con le altre firme, apposte su patente, carta d’identità mi accorgo che la firma oggetto di perizia è totalmente compatibile con le altre.
Ugualmente e paradossalmente apposta nella più totale buona fede nel momento in cui l’ha vergata su un contratto, quindi del tutto spontanea, libera da condizionamenti, ben disposta dal punto di vista psicologico, insomma un movimento “ben guidato”.
Salvo poi pentirsi successivamente, non prendere in considerazione il diritto di recesso, sovente previsto dalla legge, e credere che la cosa più intelligente da fare sia quella di asserire che la firma non è autografa.
Il disconoscimento della propria firma, quando nel caso specifico è stata apposta nella più totale buona fede, è una battaglia persa, se il gesto grafico è spontaneo, quindi volontario, scevro da condizionamenti ed inibizioni, perché in quel preciso istante apporre “quella” firma sul contratto in questione era ciò che la persona voleva e desiderava fare.
Altra cosa, è quando si firma in modo diverso, tentando di cambiare quegli elementi caratteristici del proprio gesto grafico, premeditando di disconoscerla in seguito.
In questo caso, una mente già “preparata” a guidare la propria mano in modo differente dal solito, può fare insorgere in un primo momento dei dubbi al grafologo.
Ma una firma falsa può essere facilmente riconoscibile, spesso anche a vista d’occhio, senza avere bisogno di usare chissà quale strumentazione, se mancano i due requisiti fondamentali, ovvero: naturalezza – spontaneità, dal momento che i due termini in perizia grafologica non sono sinonimi.
Come citano Ottolenghi e Silveri sul libro “teoria e pratica del diritto” di Bruno Vettorazzo: “Solo dopo constatata la naturalezza-spontaneità (credibilità) dello scritto o firma si passa al confronto, perché la credibilità equivale a naturalezza e spontaneità ma non ancora ad autenticità”.

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Il labirinto delle relazioni umane: un valido aiuto dalla grafologia

A cura di Elettra Spinelli
Le relazioni umane, necessarie alla stessa sopravvivenza dell’uomo, sono l’ambito  più complesso in cui l’individuo debba muoversi.

Partendo dal presupposto che è molto difficile arrivare a conoscere realmente se stessi, figuriamoci riuscire a farlo con un altro! Eppure tutti noi viviamo nella convinzione di conoscere chi ci circonda, saperne valutare  pregi e difetti, e addirittura essere in grado di capire ciò che spinge gli altri ad agire. E più le persone ci sono vicine, più ci illudiamo di conoscerle, muovendoci ignari in questo equivoco, in totale buona fede.

Ed è proprio questa inconsapevolezza che ci impedisce di filtrare ciò che mettiamo di nostro nella relazione rispetto alla realtà oggettiva  dell’altro.

A chi non è capitato, almeno una volta, di sentire  parlare  del  proprio genitore, o del proprio figlio, o del coniuge, o di un amico fraterno, e di avere  la precisa sensazione  che la persona descritta fosse molto diversa da quella conosciuta, quasi si trattasse di qualcun’altro. Tra figli e genitori questo succede frequentemente, proprio per il particolare tipo di relazione che rinchiude i soggetti in precisi ruoli, ognuno nella sua dimensione specifica,  impedendo il raggiungimento di una visione piena ed obiettiva dell’altro e di tutti quegli aspetti particolari che pur esistenti, sono meno visibili rispetto al   ruolo ricoperto nella relazione. E’ abbastanza normale per un figlio non riuscire a pensare ad un genitore come al ragazzo che è stato, non riconoscendo in lui  quelle componenti caratteriali acquisite prima ancora che lui nascesse e che hanno contribuito a renderlo l’uomo e il padre  di oggi.

Così come è altrettanto tipico da parte del genitore non riuscire più a ricordare se stesso  all’età del figlio e quindi  entrare in empatia con le sue emozioni, non comprendendo più alcuni aspetti comportamentali propri di quell’età.  Ed è in questo “caos” relazionale, dove ciascuno si muove con i propri paraocchi seguendo il copione specifico per il ruolo assegnato, che ancora una volta la grafologia può dare un grande aiuto consentendo, attraverso la sua applicazione,  la comprensione della personalità dello scrivente con oggettività, eliminando il più possibile tutte le componenti soggettive  che inquinano le valutazioni e i giudizi.

E la  comprensione dell’altro è la base di ogni relazione umana. Di recente mi è capitata tra le mani una lettera scritta da una persona a me molto cara, con cui ho condiviso la vita per oltre 10 anni e a cui, naturalmente, nel corso della nostra convivenza ho attribuito una sfilza di difetti, certa della oggettività del mio infallibile giudizio! Ai miei occhi era un uomo  prevedibile, dal pensiero poco elastico, molto conservatore e perfino un po’ monotono.

Spinta dalla  passione grafologica e da una buona dose di curiosità, a sua insaputa ho cominciato ad analizzarne la scrittura, impegnandomi ad essere il più possibile  rigorosa nell’analisi.

Alla fine del lavoro, e con grande stupore, il profilo grafologico che ne è scaturito raccontava di una personalità molto diversa da quella impressa da sempre nella mia mente, in cui intraprendenza, ambizione, versatilità mentale, creatività e capacità di adattamento, spiccavano come dominanti tra le sue numerose qualità .

E nonostante gli anni condivisi, solo a quel punto ho veramente compreso quanto il (pre)giudizio che avevo formulato su quell’uomo fosse il risultato di false credenze e proiezioni tutte mie dandomi così la possibilità di aprire gli occhi e  vedere quella parte di lui, riflessa nella scrittura, che fino a quel momento mi era stata invisibile .