Grafologia una chiave di lettura per la criminologia

Nell’ambito delle ricerche di tipo criminologico focalizzate sugli autori dei crimini la grafologia ha rappresentato uno degli aspetti esplorati dagli studiosi nel tentativo di poter individuare elementi e tratti distintivi comuni nella scrittura di determinate categorie di delinquenti.

Antesignano di tali studi in Italia è stato Cesare Lombroso (Verona, 6 novembre 1835Torino, 19 ottobre 1909),  il quale noto  per  aver sostenuto la tesi della diretta correlazione tra fisiognomica e capacità a delinquere ebbe modo nel suo trattato “L’uomo delinquente”  di cui si conoscono ben cinque edizioni di cui la prima  nel 1876 e la quinta nel 1897, di soffermarsi seppure brevemente sulla scrittura e più in particolare sugli autografi di assassini, rapinatori e ladri.

Doc - 26-05-16, 17-07

A tal proposito ci sembra particolarmente interessante riproporre i passi del trattato del Lombroso in cui esprime alcune considerazioni sulle scritture di diverse categorie di delinquenti e confrontarle con le attuali conoscenze della grafologia.

Nella 5^ edizione “L’uomo delinquente” del 1897: “Scrittura – Siccome noi sogliamo scemare importanza  e valore a quanto ci cade  troppo spesso sott’occhio, così a molti sulle prime ben futile e bizzarra l’idea che dalla scrittura d’un uomo si possa trarre qualche indizio sulle sue condizioni psichiche” il Lombroso vuole evidenziare il valore dell’esame grafologico nello studio della psiche dell’uomo in quanto la scrittura è “ un movimento che può restare fissato per secoli dopo la sua manifestazione” al contrario di altre manifestazioni esteriori alle quali invece all’epoca sembrava venisse conferita attenzione.

Doc - 26-05-16, 17-06

Scrive ancora il Lombroso “Riassumendo gli studi sugli autografi, che mi vennero favoriti dall’onor. Alfredo Maury, direttore degli archivi di Francia, dal Muoni, dal Beltrani-Scalia e da altri egregi, e che ammontano a 520 , credo poterli dividere in due gruppi ben spiccati, non contando però quelli dei semi-analfabeti, fra cui pur van messi  i più famosi nostri briganti, la cui scrittura conserva i caratteri della fanciullezza. Il primo gruppo è costituito dagli omicidi, grassatori e briganti, la maggior parte dei quali ha per carattere un allungamento delle lettere, una facilità a quella che i tecnici chiamano gladiolamento, vo’ dire alla forma più curvilinea e spiccata dei prolungamenti tanto al basso come all’alto delle lettere; in molti è assai spiccata o prolungata la sbarra del t , così come si trova nei militari e nelle persone energiche in genere; in pochi altri le lettere fanno coi loro filetti  degli angoli acuti. In tutti, poi, la firma ha una serie così straordinaria di filettature e di arabeschi da farla distinguere immediatamente da tutte le altre”  e ancora riepilogando “Su 98 grassatori ed omicidi, 52 presentano questi caratteri, che sono poi singolarmente uniformi in tutti i briganti” passando ad analizzare “Il secondo gruppo, speciale ai ladri, si distingue da quello dominante nei grassatori, per mancare di gladiolamento e per presentare lettere svasate, molli, con poca spiccatura o quasi nessun geroglifico nella firma, con un carattere insomma, che si avvicina al femmineo ed anzi all’usuale” infine per concludere  “ Quanto agli stupratori , truffatori e falsari non ho potuto raccogliere una tal serie di documenti che possa dar luce sicura sull’argomento. Sembrami, però, che molti s’avvicinino per il gladiolamento delle lettere per la finale tagliente, o per l’enorme geroglifico della firma ai grassatori; i grafologi asseriscono, ed io pure ne rinvenni due esempi , che i truffatori scrivano con caratteri piccolissimi , quasi cercassero restare nascosti, sgattaiolare alle indagini.”

Doc - 26-05-16, 17-05

La carenza di conferme scientifiche alle osservazioni semplicistiche del Lombroso sulle scritture e firme autografe pervenute nella sua disponibilità, non inficia la valenza di un impegno di ricerca in un campo così difficile da esplorare quale l’animo umano e a maggior ragione quello degli autori dei crimini, ove a parere di chi scrive un ruolo di tutto rilievo possono averlo gli studiosi di grafologia.

 

Roberto Colasanti

Esami tecnologici in ausilio del consulente grafologo la micro-profilometria Laser 3D.

Firmare un foglio in bianco può essere un atto di estrema fiducia ma spesso può rilevarsi un atto di grande imprudenza da cui successivamente saremo chiamati a difenderci in sede penale o in sede civile oppure in entrambe. Da simili incidenti di percorso difficilmente ne potremo uscire senza l’indispensabile assistenza di un avvocato e  un consulente grafologo. Dal punto di vista legale ci troviamo di fronte al classico caso di abuso di foglio in bianco, la sottoscrizione è autentica ma il restante contenuto del foglio appartiene ad altri sia per quanto attiene la redazione sia per quanto concerne la volontà ivi espressa. Al verificarsi di questi casi il consulente grafologo potrà fornire il proprio qualificato contributo per rispondere al quesito principe che consiste nel determinare se la compilazione e la sottoscrizione del documento  siano state contestuali oppure siano avvenute in tempi diversi. Ignoriamo scientemente in questa brevissima trattazione gli ulteriori aspetti legali, volendo focalizzare la nostra attenzione sul quesito grafico-grafologico. Orbene una precisa risposta al quesito potrà essere fornita dal consulente facendo ricorso alle strumentazioni tecnologiche che consentono di eseguire l’analisi delle sovrapposizioni degli scritti attraverso l’impiego della micro-profilometria laser 3D.

Il metodo nella sua semplicità è fondato sul seguente principio fisico: lo strumento utilizzato per scrivere (penna) sul foglio immacolato, in conseguenza della forza pressoria esercitata dalla mano provoca una deformazione nel foglio realizzando un solco. Il successivo tratto di penna che sarà vergato lascerà anch’esso una depressione nel foglio che in coincidenza del primo tratto realizzerà delle ulteriori modificazioni fisiche nel substrato cartaceo, accentuando il solco precedentemente determinatosi e creando altresì al suo interno delle “creste”, per cui il primo solco appare “interrotto” dal passaggio del secondo. Per evidenziare e quindi documentare adeguatamente ai fini peritali tale principio fisico serve analizzare le informazioni tridimensionali del foglio in prossimità di un incrocio tra i tratti.

Specifiche apparecchiature reperibili sul mercato consentono quindi di eseguire tale tipo di accertamento riuscendo a fornire un’immagine tridimensionale della sovrapposizione dei due tratti di penna apposti in momenti successivi tra loro.

Il consulente grafico-grafologo nella sua relazione peritale avvalendosi del risultato dell’esame micro-profilometrico tridimensionale che ricordiamo non intacca in nessun modo il materiale cartaceo e l’inchiostro, potrà pronunciarsi in maniera assolutamente attendibile in merito all’apposizione temporale della firma e della rimanente scrittura con tutte le conseguenze del caso,  risolvibili dentro o fuori dalle aule di giustizia. Da quanto precede appare di tutto evidenza che qualora tra la sottoscrizione del foglio in bianco e il testo non vi sia alcun tratto di scrittura fisicamente sovrapposto l’impiego della suddetta tecnologia non potrà avere alcuna utile applicazione.

Roberto Colasanti

Testamento olografo è valido fino a prova contraria a dirlo è la Cassazione

Il testamento olografo “scritto per intero, datato e sottoscritto di mano del testatore” (art. 602 Cod. Civ.) viene in rilievo nell’ambito degli “scritti” di interesse del consulente grafologo sicché appare necessario fare cenno ad una recente pronuncia della Suprema Corte di Cassazione.

I giudici di legittimità hanno affermato che la contestazione della autenticità di un testamento olografo deve essere avanzata mediante una   domanda di accertamento negativo della provenienza della scrittura con la conseguenza che l’onere probatorio grava sul proponente l’azione (Cassazione, sez. II Civile, n. 1995 del 2016). Detta sentenza  è conforme ad altra recente pronuncia di legittimità (Cass. sez. un 15 giugno 2015, n. 12307) ove si è affermato che la parte che contesti l’autenticità di un testamento olografo deve proporre domanda di accertamento negativo della provenienza della scrittura, gravando su di essa l’onere della relativa prova, secondo i principi generali dettati in tema di accertamento negativo. Ad avviso della Suprema Corte, quindi, per superare l’efficacia probatoria di un testamento olografo, non risulta sufficiente né  il ricorso al disconoscimento né la proposizione di querela di falso. Tra le motivazioni addotte dai giudici è ricompresa anche la necessità di evitare che il “semplice disconoscimento” di un atto, il testamento olografo, caratterizzato da peculiare efficacia dimostrativa renda troppo gravosa la posizione dell’attore che si professa erede  che mal si concilia con l’intrinseca forza dimostrativa propria della forma testamentaria di cui all’art. 602 cod. civ.

Quanto affermato può sembrare una mera questione tecnica ma in realtà l’affermazione della Corte di Cassazione ha anche dei risvolti sul piano pratico.  Difatti, posto che  il testamento successivo “prevale” su quello precedente (si vedano gli artt. 680 e 682 cod. civ. per il caso, rispettivamente di revoca espressa e di revoca tacita), applicando l’interpretazione anzidetta, colui che voglia far valere in giudizio la falsità dell’ultimo atto di disposizione non si dovrà limitare a disconoscerne il contenuto in via d’eccezione ma dovrà proporre un’azione di accertamento negativo facendosi carico del relativo onere probatorio.

In tale quadro la professionalità del consulente grafologo emergerà sia nella veste di consulente di parte (CTP) sia di consulente d’ufficio (CTU) nominato dal giudice in seno al contenzioso con la necessità di rinvenire le scritture di comparazione.

E’ qui che nasce il problema, in quanto la ricerca delle scritture di comparazione può risultare tutt’altro che facile. Vuoi perché si deve trattare di scritture di sicura produzione del de cuius vuoi perché controparte potrebbe aver provveduto a sottrarre o addirittura a distruggere buona parte dei  manoscritti riconducibili al de cuius. In questi casi il consulente grafologo se necessario dovrà diventare anche investigatore ampliando le proprie ricerche presso Uffici pubblici quali anagrafe, conservatorie dei registri immobiliari, tribunali, motorizzazione, camere di commercio etc., ove potrebbero rinvenirsi firme autografe o scritti riferite al de cuius. Tutto ciò naturalmente comporterà un aggravio di non poco conto in termini di tempo e costi che sicuramente avranno un peso nelle scelte di coloro che dovranno dimostrare che il testamento olografo mostrato da uno degli eredi  è stato vergato da mano diversa.

Gabriele Colasanti

L’importanza dei disegni infantili

Molti genitori, quando si trovano dinanzi ai disegni dei loro bambini, non gli danno un’adeguata importanza.

Pensano ad una esternazione banale, di poco conto, ricordo che una volta una giovane mamma disse che il “brutto” disegno di sua figlia era dovuto ad un sogno fatto dalla bambina sere prima. Oppure, addirittura, alla cattiva digestione.

Per non citare le mamme che hanno quasi paura di chiedere ai propri figli con quel tale disegno cosa volessero comunicare, nulla di più sbagliato.

In verità, il disegno infantile è un processo di elaborazione piuttosto articolato, entrano in gioco conoscenze percettive, di cognizione, nonché motorie.

Tali competenze, ovviamente non sono innate, ma si sviluppano pian piano, nel corso dei primi cinque-sei anni di vita.

Le abilità appena citate si intersecano con una buona dose di immaginazione, che si avvale però, di ciò che il bambino ha visto o sentito.

E’ la capacità di creare un ponte di collegamento con il proprio mondo, quello nascosto, interiore ed emotivo con il foglio di carta, quindi “trasportare” ciò che prova, che alberga nel proprio cuore al di fuori.

Per questi e molti altri motivi, il disegno infantile può assolvere svariate funzioni: aiuta nella comunicazione, facilita la socializzazione, in alcuni casi è terapeutico.

L’artista in “erba”, attraverso il disegno riesce a tirare fuori, quindi trasferire , le proprie ansie, dare una forma concreta alle sue paure. In questo caso il disegno non è soltanto espressione creativa ma anche un mezzo che ci aiuta a capire i loro stati d’animo.

I disegni infantili hanno la possibilità di essere interpretati dagli adulti, attraverso una scrupolosa osservazione, unita ad una semplice domanda, senza fare inquisitorio, su cosa intendesse comunicare attraverso il suo disegno, quindi dialogo e capacità di percezione da parte del genitore, soltanto in questo modo possiamo arrivare a capire gli aspetti significativi della sua crescita.

Quanto detto sino ad ora dimostra quanto sia importante l’ascolto dei bambini, anche alla luce di recenti fatti di cronaca dove sono proprio loro le principali vittime.

Infatti, in questi giorni, televisione e giornali stanno parlando molto del caso di Fortuna, la bambina di Caivano vittima di pedofilia nel Giugno 2014.

Conosciamo tutti il triste epilogo, ma vorrei soffermarmi su un’altro aspetto di questa brutale vicenda, “positivo”, se così si può dire… rispetto a tutto il resto.

Le amichette del cuore di questa bimba, hanno fornito un contributo fondamentale allo svolgimento delle indagini, con i loro racconti, e molti disegni.

Molto eloquente, uno in particolare, in cui una delle amichette della vittima, attenzionata dagli psicologi, raffigura “il mostro”, l’orco cattivo con artigli affilati e la pelle a strisce, tipo quella di un serpente.

Con molto coraggio, è riuscita a soli undici anni, ad abbattere il muro dell’omertà, a vestire i panni di persona adulta e responsabile, un compito molto difficile per quell’età.

Patrizia Belloni

Scritture di ieri e di oggi a confronto

Cari lettori,

In questo numero ho il piacere di pubblicare, tra altri interessanti articoli, anche una testimonianza sincera, uno spaccato di vita, della prof.ssa Franca Finelli.

Un’amica che ha voluto mettere a disposizione di “grafologia magazine” una sua esperienza vissuta in età adolescenziale. Sicuramente utile a molti genitori, perchè, anche se un po datato, ritengo che questo tipo di problema sia ancora molto attuale.

Farò una breve premessa per un’agevole comprensione al tema che stiamo trattando. Vi sono due tipologie di scrittura che caratterizzano l’età adolescenziale, una è lo “script”, o semi-stampatello, scrittura chiara e leggibile, tipica di chi vuole farsi capire, facilitando la comunicazione.

La “forma” che prevale sul movimento, il quale, nella scrittura corrisponde alla forza pulsionale, conferisce slancio, infonde libertà e scaturisce le emozioni.

Quindi , dove prevale la forma, c’è la ricerca di sé, (narcisismo) sicuramente una scrittura convenzionale.

Chi scrive in questo modo, si omologa al gruppo, che, da un lato, infonde una certa sicurezza, ma non lascia spazio alla creatività individuale.

Viene a mancare uno stile proprio, una personalizzazione, in parole povere la nostra unicità è gravemente penalizzata.

La forma, non più gestualità libera, in movimento, ma solida costruzione. L’altra scrittura, la “misteriosa”, l’ indecifrabile, indica una certa difficoltà, se non incapacità di comunicare.

Il desiderio di non farsi capire, soggiace in chi scrive con questa modalità, creare un’alone di mistero intorno a sé, specialmente se la vita sociale, affettiva e professionale dello scrivente è limpida, chiara, probabilmente troppo.

Scatta il desiderio di avere uno spazio proprio, delimitare una zona, un limite invalicabile dove gli altri non possono accedere, a meno che, non siamo proprio noi, consciamente ad abbattere quel muro.

I motivi possono essere di varia natura, professionali, burocratici, di studio come è accaduto a quella giovane studentessa che oggi è la prof.ssa Finelli, docente di itliano al liceo Scientifico, ma rendersi visibili, accessibili, comporta un dispendio psico-fisico non indifferente, se quello non è il nostro modo di scrivere, spontaneo ed innato.

Seguiteci in questo percorso, dove esperienze di vita, vissute qualche anno fa hanno ancora oggi una notevole valenza.

Patrizia Belloni

I segni dell’anima attraverso la scrittura

Scrivere “bene”, avere una grafia chiara, leggibile, è molto importante in quanto, facilita al massimo la comunicazione. Franca Finelli

Ma andiamo per ordine, la parola “calligrafia” deriva dall’unione di due parole greche: kalos e graphia che vogliono dire appunto, bella grafia e non come si dice comunemente bella calligrafia in quanto significherebbe una ripetizione del termine kalos.

In questo frangente, io per prima non sono un buon esempio, già ai miei tempi, non esisteva più l’esercizio di bella scrittura che serviva ad “educare” all’uopo.

L’annullamento di tale esercizio, sentito come una coercizione, lasciò libero spazio alla capacità personale o comunque ad una fase di esternazione del proprio carattere.

Personalmente, al mio attivo ho, tra le tante, due esperienze molto significative che vale la pena citare.

La prima riguarda l’invio di una certa somma di danaro il cui destinatario non riusciva a comprenderne l’importo, la seconda riguarda la prova scritta di italiano al mio esame di maturità classica: due ore per scrivere il tema in “brutta” e ben quattro per ricopiarlo in modo leggibile.

Ciò dimostra quanto sia difficile, scrivere in un modo che non ci appartiene, di quanto impegno cerebrale e fisico venga investito, rendere il mio tema di facile accesso all’insegnante che avrebbe dovuto valutarlo è stata una vera impresa.

Il resto delle esperienze le ho raccolte in campo lavorativo, sono un’insegnante di italiano al liceo scientifico “Ignazio Vian” di Bracciano, a volte passo ore intere a decifrare quanto scrivono i miei alunni.

Ma cosa c’è dietro una “bella” o “brutta” scrittura? A mio avviso quella differenza rappresenta unicamente la diversità dei caratteri di ciascuno di noi, il modo di approcciarsi ai problemi e di risolverli, ai differenti stati d’animo.

Ricordo perfettamente l’ansia che provavo quando dovevo fare un compito, frutto non solo di studio ma anche di pensiero: un pensiero coerente che non poteva eticamente tradire quei valori in cui credevo.

L’ansia di riuscire bene per non deludere le mie aspettative ma anche quelle dei miei genitori che in me avevano investito tanto.

Il sacrificio anche fisico, svegliarsi molto presto al mattino per raggiungere il liceo “Lucrezio Caro”, essendo una pendolare, non tornare a casa prima delle 15,00 o anche più tardi, e poi svolgere i compiti per il giorno dopo.

Mio figlio mi direbbe :”sei in pieno libro cuore”… può darsi, che ora la cosa possa sembrare così, ma io lavoravo con orgoglio, andare al liceo, per me significava credere nel futuro, nella mia capacità di dare un contributo importante alla società, avere la certezza che quel “sacrificio” non sarebbe stato vano, che avrei raccolto dei frutti.

Evidentemente, tutto ciò lo trasmettevo attraverso la mia grafia, l’ansia che mobilita, la stanchezza fisica e mentale, il senso del dovere, non deludere le aspettative…forse, incosciamente, era un moto di ribellione, staccarmi, attraverso la grafia indecifrabile, dagli stereotipi, rivendicare un senso di trasgressione…di libertà.

Voglio concludere dicendo che secondo me, la grafia è lo specchio dell’anima.

Prof.ssa Franca Finelli

La tensione nel gesto grafico

La scrittura, per poter lasciare la traccia ed avanzare sul foglio, richiede, necessariamente l’impiego di una certa tensione, frutto dello sforzo e concentrazione che necessitano per scrivere, che possono variare a seconda delle condizioni e motivi per cui si scrive.

Che siano appunti, lettere personali ecc… ma soprattutto a seconda della personalità dello scrivente.

Dobbiamo al tedesco R. Pophal, neurologo e grafologo, le ricerche nell’ambito della fisiologia del movimento, riguardo l’interazione delle tensioni fisiche e psichiche nello svolgersi del gesto grafico al fine di scoprire il “senso psicologico” dello stesso, attraverso il tracciato nella pressione, cioè appoggio sul foglio, e nella tensione del gesto.

Pressione e contrazione muscolare, entrambe espressione di sforzo e volontà, l’unica differenza è l’orientamento.

Per quanto riguarda la pressione “l’ostacolo” è il foglio bianco, lo spazio grafico.

In questo modo, acquista il significato di collegamento con il mondo esterno.

Nella contrazione ci opponiamo ad un ostacolo interiore, il muscolo antagonista frena l’agonista, quindi contrazione ovvero resistenza, che blocca lo sforzo verso qualsiasi azione positiva-costruttiva.

Pophal, distingue inoltre due gruppi di movimenti: espressivi e rappresentativi, vale a dire che la semplice espressione dello scrivere è inconscia, quella rappresentativa, è conscia.

Il gesto grafico quando è spontaneo richiede energia ma non sforzo come il camminare (sono entrambi gesti psicomotori). Non stiamo a pensare a come scrivere o camminare, perchè avvengono in modo naturale. Diversamente, gesti che in qualche modo ci rappresentano (azioni consce) necessitano di uno sforzo maggiore, mentale e fisico.

Avete mai provato a scrivere non più di dieci righe simulando una scrittura? Vi assicuro che oltre al mal di testa si avvertirà anche un lieve dolore al braccio.

Patrizia Belloni

Micrografia parkinsoniana

La micrografia è un disturbo comune e precoce nella malattia di Parkinson,
riconducibile alla acinesia, bradicinesia, ipertensione, perdita di automazione tipica dell’affezione. Tale disturbo di scrittura può essere trattato con sedute di riabilitazione.

La micrografia è un disturbo della scrittura frequente nella malattia di Parkinson ed é caratterizzata da dimensioni che si contraggono nel suo progredire verso la fine di una parola o di una riga. La peculiarità di tale scrittura, definita dagli Autori francesi «pattes de mouche» (zampe di mosca) denota inoltre rallentamento, ma consente solitamente la lettura. In altri casi la scrittura è perturbata al punto da divenire indecifrabile. Tale disturbo grafico è molto diffuso (si cita il 75% dei malati di Parkinson) e spesso si instaura precocemente, nella fase iniziale della malattia, contribuendo alla diagnosi, di cui diviene un carattere premonitore. Le implicazioni pratiche del disturbo variano da caso a caso, in funzione del soggetto che ne è portatore e della sua attività, ma il problema ha comunque un impatto negativo sulla vita sociale e professionale, generando spesso conflittualità nell’autenticazione/disconoscimento/capacità in ambito forense.
La scrittura è notoriamente un’attività complessa finalizzata a produrre rapidamente su un supporto caratteri piccoli e piuttosto simili, con movimenti veloci e precisi. Oltre ai tratti dei caratteri, la scrittura richiede abilità di movimento nel produrre “salti” da sinistra a destra, permettendo inoltre rientri in senso opposto, garantendo accentature e ritocchi. Sebbene il supporto di scrittura sia piano, l’attività manuale richiesta deve generare dunque movimenti tridimensionali che implicano impegno articolare non solo della mano, ma anche del polso, del gomito e della spalla. La scrittura risente inoltre dell’atteggiamento posturale e dei punti d’appoggio preferenziali del soggetto.

L’apprendimento della scrittura è piuttosto lungo e complesso, iniziando nei bambini di circa 3 anni con i primi tratti verosimilmente simbolici e non codificati in senso alfabetico, proseguendo poi a circa 6 anni con la produzione di caratteri appresi su cui esercita un controllo visivo. Col tempo l’attività verrà progressivamente automatizzata e l’ispezione visiva non sarà più necessaria.
Nel Parkinson, fin dall’inizio della malattia, la corretta calligrafia acquisita nella scuola primaria durante l’infanzia, inizia frequentemente a deteriorarsi con restringimento della dimensione dei caratteri, difficoltà di avvio della scrittura e quindi nel tracciare le prime lettere di un testo. Gruppi di lettere sono spesso intervallati da spazi, incertezze, arresti, alcune lettere con occhielli o ripiegamenti (
boucles) quali la “e ” e la “l pongono particolari problemi ai pazienti con malattia di Parkinson, così come la “’m” e la “’n”, cui tendono ad aggiungere una o più gambe.
La micrografia è una conseguenza dei sintomi motori della malattia di Parkinson: l’acinesia che rende difficile l’avvio del movimento, con sovrapposizione di ansia nell’iniziare a scrivere, la bradicinesia che riduce l’ampiezza dei caratteri, l’ipertono muscolare che ostacola il flusso di scrittura e quindi la sua qualità, la perdita di movimenti automatici che ne produce il deterioramento.
La rieducazione alla scrittura, demandata alle professionalità abilitate, si articola in genere in un percorso riabilitativo fondato su attività intensiva in 15 sessioni, con 3 sedute a settimana. Ogni sessione dura 45 minuti ed è completata da esercizi da svolgere ogni giorno a casa. All’inizio di ogni sessione, il terapeuta sceglie con il paziente un tema personale motivante: prepararsi e firmare un assegno, scrivere una lettera ai familiari, preparare una lista della spesa, ecc. L’intento degli esercizi iniziali è quello di produrre un’esaltazione dell’ampiezza e della gamma di movimento, con allenamento paziente nel riprodurre nello spazio enormi tracciati raffiguranti “8” o “ 0”. L’esercizio sarà seguito dal tracciato di altre linee curve su grandi superfici. Poi il paziente sarà invitato a trovare la corretta altezza dei caratteri scrivendo parole brevi, poi sempre più lunghe su fogli quadrettati. Lo scopo di questo metodo è rendere il movimento volontario consapevole e meno automatico, memorizzando comandi verbali e monitorando le varie escursioni per ottenere il risultato visivo atteso.

Antonella Pastorini

Cosa si intende per “identificabilità” della scrittura

Non tutte le grafie sono identificabili e quando lo sono, non tutte possono essere identificate con il massimo grado di confidenza. Se anche il campione biologico può essere degradato e non consentire l’identificazione del soggetto che l’ha lasciato, così anche la scrittura… anzi la scrittura, diversamente dal DNA, prestandosi ad essere simulata e dissimulata, presenta ulteriori condizioni che incidono sulle reali possibilità di identificazione. Senza considerare tali ipotesi, anche la scrittura naturale e spontanea non sempre è identificabile e prima di procedere all’analisi comparativa, è necessario qualificare la scrittura in verifica per definire, ex ante, il suo grado di identificabilità. Da questo discende il livello di giudizio a cui il tecnico può accedere nel momento in cui dovesse verificare la corrispondenza di tutte le caratteristiche rilevanti tra termine in verifica e termini comparativi. Per farlo è necessario accertare il grado di rarità e di complessità sia degli allografi utilizzati, sia delle modalità di realizzazione (modalità del movimento, dei cambi direzionali e degli incroci di linea…), e questo a livello tridimensionale, cioè con riferimento anche all’andamento pressorio. Per esempio, una scrittura elementare, che ripropone le forme e le modalità di realizzazione tipiche dell’apprendimento scolastico e che non presenta particolari anomalie pressorie (elementi di differenziazione rispetto agli standard), indipendentemente dalla volontà di chi l’ha apposta, non è identificabile e il giudizio che potrà scaturire dalla comparazione, anche nella corrispondenza di tutte le caratteristiche, non potrà che essere inconclusivo.1 Tali corrispondenze, infatti, potrebbero essere il frutto di eterogenesi (riproposizione delle stesse modalità di scrittura da parte di un soggetto generico X nella popolazione scrivente di riferimento) o di simulazione. Un altro esempio frequente nel panorama identificativo forense è rappresentato dalle sigle: se il movimento gestuale che la caratterizza non è complesso e l’ipotesi di simulazione non è escludibile, la sigla non è identificabile e a nulla valgono le corrispondenze rilevabili tra la scrittura in verifica e le comparative. Quindi l’identificabilità della scrittura in verifica deve essere determinata in termini assoluti prima di procedere con la comparazione.
Gianluca Ferrari
1: M. Pulver, in Intelligenz im Schriftansdruck, Orell-Fussli, Zurigo, 1949, distingue la scrittura in autentica, impropria e falsa, individuando la seconda come quella «osservante del modello scolastico, dunque controllata e calligrafica, come tale impersonale» e, quindi -aggiungo io- non identificabile; traduzione da B. Vettorazzo, Grafologia giudiziaria e perizia grafica, Giuffré Editore, II ed. 2004, pag.154.

Cenni introduttivi sulla scrittura dei bambini

Da circa quarant ‘anni o poco più, attraverso vari studi, abbiamo imparato molto sul funzionamento della nostra mente, di quanto le esperienze di vita abbiano un ruolo fondamentale nello sviluppo dell’intelligenza.

Le emozioni, sono uno strumento essenziale per entrare in sintonia con gli altri e soprattutto con noi stessi, abbiamo finalmente capito che l’intelligenza non è univoca ma che esistono svariate capacità mentali, linguistica, logico-matematica, musicale, sociale ecc…ognuna di essa ha una propria rappresentazione neurologica.

La grafologia ha un notevole campionario di applicazioni, è considerata uno dei mezzi più validi per capire il nostro universo psichico, emotivo , affettivo ed intelletuale.

Il semplice gesto grafico, è il frutto di un’espressione profonda, possiamo seguire la sua evoluzione dai primi “scarabocchi”, ovvero dai 18 ai 20 mesi di età, fino ad arrivare alla senilità, percorrendo la difficile strada della fase adolescenziale a quella adulta.

Attraverso la scrittura possiamo individuare i “campanelli” di allarme, precursori di eventuali disagi, oppure cicatrici mai rimarginate, che hanno origini lontane, di contro scoprire potenzialità sopite su cui poter agire affinchè la sofferenza psicologica possa essere quantomeno alleviata.

In sintesi la grafologia è in grado di svelare l’essere umano, possiamo conoscere meglio noi stessi e gli altri, questo è il fine, che se correttamente perseguito è in grado di mettere in luce le motivazioni più profonde del nostro essere.

In tutto questo, la scrittura dei bambini sembrava essere esclusa. Infatti, lo stesso Crepeux Jamin, che ha il merito, indiscutibile, di aver fornito alla grafologia delle leggi tuttora valide, non ha approfondito lo studio della scrittura dei bambini adducendo che le difficoltà motorie incontrate durante l’apprendimento non avrebbero consentito un adeguato successo di interpretazione, quindi, secondo lui, l’analisi di una scrittura inorganizzata era impossibile.

Grazie alle ricerche della grafologa Helene de Gobineau e dello psicologo Roger Perron, si è potuto effettuare uno studio approfondito sulla scrittura dei bambini.

I due autori hanno studiato le evoluzioni della scrittura da 6 a 14 anni, ed è vero che hanno notato le reali diffocoltà motrici ma anche la loro progressiva scomparsa.

Studi interrotti, poi ripresi dal professor Ajuraguerra che è stato in grado, attraverso numerose ricerche, di capire l’evoluzione, la crescita, la maturazione del bambino, di stabilirne l’età grafomotoria, cioè se c’è un ritardo e quindi essere in grado di cercarne le cause.

Ciò non significa ritardo intelletuale ma di adattamento.

Varie possono essere le cause di un’età grafomotoria in ritardo, nella scrittura si fondono svariati fattori, l’affettività, il carattere, la personalità, disturbi fisici.

A seguire, ho il piacere di pubblicare un interessante articolo della prof.ssa Elisabetta Agnoloni che ci condurrà nel mondo dei bambini attraverso la loro scrittura, disegni ma soprattutto ci parlerà delle sue esperienze professionali e umane.

Patrizia Belloni