Analisi dello scarabocchio

Attraverso lo scarabocchio il bambino manda una serie di messaggi che occorre imparare ad osservare per dare loro un giusto valore nell’interpretazione. L’analisi grafologica dello scarabocchio e del disegno infantile non può prescindere dall’osservare l’impugnatura, lo spazio, il punto di partenza, il tratto, la pressione, la forma

IMPUGNATURA: sciolta o rigida.

Non sempre è possibile, ma sarebbe auspicabile, osservare il bambino mentre disegna. L’impugnatura sciolta è indice di un movimento libero e rilassato. L’impugnatura rigida è indice di una forte tensione muscolare, dovuta a cause di diversa natura, sia psicologiche che organiche.

SPAZIO: molto riempito, poco riempito.

Uno spazio molto riempito indica confidenza, espansione, apertura, ma uno spazio troppo riempito è indice di problematiche ansiogene. Lo spazio poco riempito mette in evidenza un bimbo timido, a volte chiuso e pauroso. Quando il bambino occupa tutto il foglio con un gesto tondo mette in luce un temperamento espansivo e socievole; se invece scarabocchia con angoli, spigoli, gesti non particolarmente ampi, denota una natura più chiusa, meno disponibile ad aprirsi con facilità nei rapporti con l’ambiente circostante.f.1-3

f. 1 scarabocchio 1

PUNTO DI PARTENZA SUL FOGLIO: centrale/periferica, destra/sinistra.

Se il bambino inizia lo scarabocchio dalla zona centrale del foglio mette in evidenza il benessere, la gioia di sentirsi al centro degli interessi dell’adulto, se inizia dalla periferia vi è in lui un senso di estraneità o inibizione nei confronti dell’ambiente esterno che frenano l’espansione dei suoi sentimenti. Privilegiare la destra o la sinistra indica, seguendo lo schema di Pulver, il desiderio di rimanere ancorato al grembo materno o la voglia di crescere ed andare verso il futuro. Fig. 2

scarabocchio 2

fig. 2

TRATTO : regolare, irregolare.

Il tratto regolare, cioè sicuro e scorrevole, indica la capacità di mettersi in contatto in modo spontaneo e immediato con gli altri perché il bambino si sente sicuro nei propri affetti; il tratto irregolare, cioè incerto e spezzettato, indica che il bambino teme il distacco dalla famiglia come pure l’incontro con l’altro. Le caratteristiche di pastosità più facilmente si accompagneranno al tratto regolare, ma non si deve escludere a priori che questo tratto possa essere nitido. Fig. 3

scarabocchio 3

Fig.3

PRESSIONE: appoggiata, leggera

Una pressione appoggiata indica la presenza di una buona carica vitale, ma se si evidenziano segni di inibizione o ristagni e ingrossamenti improvvisi, si deve ritenere che vi sia latente una forte aggressività che ha bisogno di essere scaricata attraverso attività adeguate. Una pressione leggera esprime caratteristiche di particolare sensibilità, ma se particolarmente fine o chiara rivela un atteggiamento di timidezza e inibizione. Fig.1-3

FORMA: cerchio, angolo, tratti puntiformi, linee spezzate, gomitolo.

Nel cerchio il bambino proietta la prima immagine conosciuta: il volto umano. Più tardi aggiungerà gli occhi, il naso, la bocca e così via, in modo che lo scarabocchio assume un significato espressivo oltre che simbolico. Il cerchio, più in generale, esprime la qualità dell’adattamento: il bambino che scarabocchia utilizzando in prevalenza il gesto curvo a direzione orizzontale manifesta una natura aperta e un desiderio di comunicare. Il movimento circolare dal tratto armonico e privo di tensioni riproduce simbolicamente il ‘girotondo’, un gioco che rappresenta per tutti una tappa fondamentale dello sviluppo sociale. Fig. 1

L’angolo esprime tensione e resistenza, ma anche bisogno di affetto, talvolta può indicare che qualcosa ha ferito il bambino. Lo scarabocchio angoloso indica inquietudine, ma può significare anche lotta sofferta per conquistare l’autonomia. La necessità di esperienze nuove, come la separazione temporanea dalla madre per andare all’asilo, magari in concomitanza con la nascita di un fratellino, può essere interpretata dal bambino come rifiuto o una diminuzione di affetto. In questo caso il bambino lancia il suo messaggio con un gesto stizzoso o addirittura rabbioso: l’importante è capire che con questo gesto grafico egli chiede appoggio, comprensione, protezione, conferme. Fig. 4

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fig. 4

La presenza nello scarabocchio di tratti puntiformi sparsi qua e là indica uno stato emotivo particolarmente sollecitato, in cui si affacciano ad intermittenza stati d’ansia dovuti spesso a paura dell’abbandono: il bambino teme che l’oggetto gratificante, soprattutto la mamma, scompaia e non possa più proteggerlo. Tuttavia nei bambini molto piccoli il tracciato puntiforme è dovuto alla difficoltà motoria di conduzione del pennarello o della matita. Fig. 4

Uno scarabocchio a forma di gomitolo,specie se la parte centrale è completamente annerita, indica un trauma, una paura di uscire: il bambino si è avvolto come nell’utero alla ricerca di protezione. Lo scarabocchio che viene riportato qui di seguito manifesta un accartocciamento come una predisposizione alla chiusura insieme ad un messaggio di aiuto ad uscire dal groviglio della sua esperienza. Fig. 5

scarabocchio 5

fig. 5

Infine è importante sottolineare che la verbalizzazione dello scarabocchio, unitamente all’intento rappresentativo e al perfezionamento delle forme, segna il passaggio verso un grafismo più maturo.

Elisabetta Agnoloni

I disturbi dell’attenzione in età scolare: un contributo grafologico

Troppo vivaci, disattenti, maleducati, svogliati: così vengono spesso definiti dagli insegnanti gli alunni il cui comportamento è caratterizzato da livelli di disattenzione elevati per l’età e non di rado associati ad impulsività ed iperattività. Questi comportamenti si manifestano con particolare frequenza a scuola, un ambiente in cui viene richiesta una elevata concentrazione per raggiungere un buon livello di apprendimento. Generalmente questi alunni non portano a termine i compiti scritti ; in particolari situazioni sembrano non seguire o addirittura non voler ascoltare chi parla e, se interrogati, forniscono risposte “ a vanvera” . Anche i rapporti sociali con i coetanei possono venire danneggiati, proprio a causa di queste difficoltà comunicative a cui talvolta si aggiunge uno scarso rispetto delle regole nei giochi e dei turni nelle varie attività scolastiche, e, più in generale, emergono comportamenti impulsivi di tipo egocentrico e quindi poco rispettoso dei diritti degli altri. Prevale la scelta di giochi non strutturati e l’impulsività può creare situazioni pericolose. Questi comportamenti evidenziano una bassa tolleranza alle frustrazioni, scarsa stima di sé che causano umore variabile accompagnato anche da esplosioni improvvise di collera.

In tempi recenti ricercatori nelle discipline mediche e psicologiche hanno individuato e diagnosticato, per alcuni casi specificamente definiti, in cui appaiono queste modalità di comportamento in maniera continuativa o eccessivamente frequente, un disturbo da deficit di attenzione e iperattività , diagnosi che per brevità viene denominata con la sigla DDAI o con l’acronimo inglese ADHD (Attention Deficit Hyperactivity Disorder). Psicologi e psicoterapeuti, neurologi e psichiatri hanno descritto, ciascuno per il proprio ambito disciplinare, le caratteristiche del disturbo, sulla base di indagini specifiche, allo scopo di evitare valutazioni approssimative e quindi soggette più facilmente ad errore. Numerosi studi hanno evidenziato che il fattore patogenetico fondamentale del disturbo può essere costituito da un deficit delle capacità di inibizione delle risposte impulsive mediate dalla corteccia frontale (Schachar e Logan 1990; Barkley 1997) con conseguente difficoltà di autocontrollo, non soltanto motorio, ma anche di elaborazione dei processi mentali che portano all’autoregolazione nell’esecuzione di un compito. E’ importante però sottolineare che la disattenzione, con o senza impulsività, nei bambini non è automaticamente segno di DDAI, anzi i casi di questo specifico evento sono sicuramente in numero molto limitato e comunque la diagnosi deve essere affidata a specialisti del settore.

Come grafologa dell’età evolutiva, mi sono particolarmente interessata al problema ed ho potuto constatare attraverso l’esame delle scritture di bambini con caratteristiche comportamentali di tipo DDAI, o similare, la presenza di un livello medio o medio-grave di disgrafia, ossia di una difficoltà evidente di scrivere producendo segni grafici corrispondenti al modello insegnato; in altre parole questi bambini o questi adolescenti scrivono in maniera poco chiara, talvolta quasi illeggibile, non rispettano le distanze spaziali tra le parole o tra le righe, i margini risultano irregolari, le singole lettere risultano malformate, talvolta troppo grandi o troppo piccole, con ammaccature e schiacciamenti, i segni curvi sono spesso sostituiti da angoli e la loro conduzione risulta faticosa con frequenti interruzioni o sovrapposizioni. Un esempio è la scrittura di M. qui di seguito riportata

disturbi attenzione

Quando scrive questo testo libero M. ha 11 anni, è al termine delle quinta elementare; il suo percorso scolastico è stato alquanto accidentato a causa dei suoi comportamenti aggressivi , sia con le parole che con i fatti, verso i compagni e anche verso gli insegnanti. Solo la sensibilità dell’insegnante di italiano ha permesso a M. di esprimere le sue qualità intellettive di notevole livello cercando di sostituire le prove scritte con quelle orali, evitando così al bambino la mortificazione di dover esporre le sue difficoltà nella scrittura. L’esame infatti della scrittura di M., eseguito con la scala di Ajuriaguerra per la disgrafia, denota un disturbo disgrafico piuttosto elevato. E’ chiaro che non spetta al grafologo fare diagnosi di DDAI, tuttavia dalla grafologia può arrivare un utile contributo sia per gli specialisti del settore, sia ai genitori e soprattutto per gli insegnanti che possono così evitare l’errore di considerare questi bambini e questi adolescenti come ‘svogliati’, ‘poco studiosi’, ’maleducati’, e indurli invece a cercare soluzioni didattiche adeguate.

Interessanti sono le osservazioni del dott. B. Favacchio, specialista in Psicopatologia dell’apprendimento, che nel suo articolo “La disgrafia”(in rivista ‘GRAFOLOGIA’ n. 29, a.2005, ed. CESGRAF) si esprime come segue: “ La ricerca italiana, esaminando la relazione tra DDAI e difficoltà nel controllo percettivo motorio in 150 bambini di scuola elementare, ha rilevato che i bambini con DDAI (…….) hanno prestazioni percettivo-motorie e di apprendimento significativamente peggiori dei gruppi di controllo, in special modo si nota scarsa coordinazione e difficoltà nel controllo ‘fine’ del movimento”. Vi è quindi la conferma che la disgrafia appare con notevole frequenza in associazione con il DDAI in cui l’equilibrio neuromotorio sembra essere deficitario e causare quindi difficoltà nel controllo dei movimenti necessari per scrivere per cui l’analisi grafologica consente di far emergere elementi specifici di conferma, quali una disarmonia complessiva, una difficoltà nel procedere della scrittura, una pressione variabile, una spazialità irregolare, forme diseguali e mal tratteggiate, un movimento poco fluido talvolta contratto talaltra poco controllato o troppo rilasciato e lento.

Vorrei comunque sottolineare ancora che i bambini disattenti e disgrafici non sono automaticamente affetti da sindrome DDAI, anzi spesso le cause sono di altro genere, come una lieve immaturità nello sviluppo psicoaffettivo o intellettivo, un disagio sociofamiliare , o altri motivi di ordine ambientale anche scolastico.

disturbi attenzione 2

La dimensione è molto grande rispetto all’età, ancora decisamente legata al modello scolastico (a 9 anni i bambini cercano già di personalizzare la propria scrittura, magari imitando quella degli adulti o di ragazzi più grandi…); la progressione è piuttosto lenta , il tratto e la pressione poco affermati. Questa scrittura evidenzia una immaturità che probabilmente rende la vita scolastica di F. piuttosto faticosa, con difficoltà a tenere a lungo la concentrazione e quindi ad essere spesso disattento; se richiamato si dimostra offeso e talvolta diventa permaloso e ha reazioni di stizza. L’analisi della scrittura con la scala di Ajuriaguerra permette di rilevare una disgrafia di medio livello, confermata anche dallo psicologo che segue F. da qualche mese su segnalazione dell’insegnante. La diagnosi della disgrafia in questo caso non porta affatto ad ipotizzare una diagnosi di DDAI, ma piuttosto verso la presenza di una lieve immaturità globale. Anche in questo caso il profilo grafologico di F., stilato dopo una attenta analisi di più scritture e disegni eseguiti in diversi periodi dal bambino, può favorire un adeguato intervento pedagogico a casa e a scuola.

Le considerazioni emerse dagli esempi esposti consentono di comprendere l’apporto che la grafologia è in grado di fornire nell’individuazione di possibili difficoltà comportamentali dei ragazzi nel periodo dell’età evolutiva, compresi i disturbi di attenzione con o senza iperattività. Ritengo perciò fondamentale che vengano superati i pregiudizi che tuttora gravano sulla disciplina grafologica per coglierne invece le concrete possibilità di applicazione anche in campo psicopedagogico. E’ proprio attraverso lo scambio di idee e di esperienze, in un rapporto di aperta e autentica collaborazione paritetica tra discipline, che si potrà realizzare l’acquisizione e la messa in opera di nuove conoscenze: la grafologia è pronta a dare il suo contributo.

Elisabetta Agnoloni

Cenni normativi per la professione grafologica

Al fine di meglio delineare la professione grafologica (consulenza, perizia, etc) appare utile compiere una analisi della Legge 14 gennaio 2013, n. 4 avente ad oggetto le disposizioni in materia di professioni non organizzate in ordini o collegi. Fra le attività libero- professionali non riconducibili ad uno specifico ordine o collegio professionale vi rientra anche quella di grafologo.codice-civile_large

Il legislatore anziché creare nuovi ordini professionali ha ritenuto opportuno disciplinare tutte quelle professioni di rilevanza economico-sociale attribuendo “onori ed oneri” alle categorie coinvolte. L’art. 1 della L. 4/2013 al comma 3 impone a chiunque svolga la professione di contraddistinguere la propria attività, in ogni documento e rapporto scritto con il cliente, con l’espresso riferimento dell’applicabilità della Legge. Pertanto, per espressa disposizione legislativa, l’inadempimento rientra tra le pratiche commerciali scorrette tra professionisti e consumatori, di cui al titolo III della parte II del codice del consumo, di cui al decreto legislativo 6 settembre 2005, n. 206, ed è sanzionato ai sensi del medesimo codice. Il grafologo professionista risulta, quindi, tenuto ad indicare “attività professionale svolta ex L. 4/2013” con l’eventuale indicazione dell’iscrizione ad una associazione professionale. L’art. 2 della legge in parola concerne le associazioni professionali riconoscendo loro un importante ruolo di promozione della formazione permanente dei propri iscritti e di vigilanza sulla condotta professionale degli associati anche attraverso sanzioni disciplinari da irrogare agli associati per le violazioni del codice di condotta (ai sensi del Codice del Consumo) che debbono adottare. E’ previsto, altresì, che le Associazioni istituiscano uno sportello di riferimento per il cittadino-consumatore presso il quale i committenti delle singole prestazioni professionali possono rivolgersi in caso di contenzioso con il professionista. L’art. 7 della Legge 4/2013 stabilisce, inoltre, che le Associazioni Professionali possono rilasciare attestazioni ai propri iscritti che, tuttavia, non costituiscono condizione per l’esercizio della professione.

Si ritiene di consigliare ai grafologi la predisposizione di una apposita carta intestata riportante la dicitura summenzionata nonché l’adozione della medesima informativa nelle comunicazioni email in calce dopo la propria firma. Inoltre, dalla Legge 4/2013 risulta rafforzato o quantomeno evidenziato la connotazione di consumatore dei clienti, con l’eccezione dei clienti a loro volta richiedono la consulenza del grafologo nell’ambito dell’esercizio di una attività professionale o imprenditoriale (si pensi all’ambito della consulenza aziendale). Ne consegue che il grafologo è tenuto ad attenersi al Codice del Consumo come ad esempio alla disposizione di cui all’art. 5 co. 3 che afferma “Le informazioni al consumatore, da chiunque provengano, devono essere adeguate alla tecnica di comunicazione impiegata ed espresse in modo chiaro e comprensibile, tenuto anche conto delle modalità di conclusione del contratto o delle caratteristiche del settore, tali da assicurare la consapevolezza del consumatore.”

Nell’esercizio della professione grafologica non vanno sottovalutate le implicazioni di carattere legale derivanti non solo dalle sopra richiamate disposizioni ma anche dal Codice Civile e dal D.Lgs 196/2003 (Codice della Privacy). In questa sede, in un’ottica introduttiva, appare opportuno indicare i principali adempimenti formali del grafologo nei seguenti: informazione della riconducibilità dell’attività alla legge n. 4/2013 nella corrispondenza e negli scritti con i clienti, diffusione ai consumatori di informazioni chiare e comprensibili, predisposizione di una lettera di incarico tra il cliente e il grafologo che definisca l’oggetto della prestazione professionale, le informazioni e la documentazione fornita dal cliente, le modalità e i tempi di svolgimento dell’incarico nonché l’onorario professionale e le modalità di corresponsione. Al contempo risulta necessario che il grafologo fornisca una informativa sul trattamento dei dati personali (responsabile del trattamento, luogo di conservazione dei dati, modalità di esercizio dei diritti di cui al D.Lgs. 196/2003) e che riceva il consenso espresso dell’avente diritto in merito alla raccolta di dati personali e/o sensibili utili o richiesti ai fini della consulenza o perizia grafologica.

Inoltre, è consigliabile sotto molteplici profili definire insieme al cliente la finalità dell’incarico (ad es. interesse per la materia, migliorare la conoscenza della propria persona, consulenza giudiziaria, consulenza familiare, selezione del personale, etc).

Ciascuno degli aspetti richiamati appre indubbiamente meritevole di ulteriori approfondimenti, anche attraverso questo “Magazine” in successivi articoli, ma la considerazione del quadro di insieme sembra utile per evitare spiacevoli inconvenienti nell’esercizio della professione e dare allo svolgimento della libera professione una adeguata connotazione professionale che non potrà che giovare anche nei rapporti con i clienti e/o con altri professionisti.

Gabriele Colasanti

Considerazioni sul “bianco”

Il bianco, in grafologia, è indice rivelatore della personalità umana, occorre quindi studiarlo con attenzione, nei suoi spazi, nella sua vivacità, nei suoi blocchi e nei suoi ritmi.

Provate, infatti, a sedervi davanti a un foglio bianco e immaginate che qualcuno vi dica: “Ora scriva 10/15 righe, può scrivere ciò che vuole… Quasi subito si avverte una sensazione di disagio, impauriti di fronte al foglio bianco senza sapere come iniziare, come riempire questo spazio, alcuni alla fine rinunciano, altri tentano. Tutto questo per evidenziare il significato e di quanto sia importante il bianco in grafologia.

Questo colore “non colore”, questo concetto di vuoto/non vuoto che, secondo la filosofia Zen, viene inteso come natura originaria dell’uomo.

Anche nella pittura, come ho avuto modo di constatare andando a vedere la mostra a Roma alle Scuderie del Quirinale, Matisse in alcuni suoi quadri lasciava un piccolo spazio bianco, non colorato, non privo di significato ma, al contrario, perché possa essere riempito dei colori, dei suoni e delle modulazioni e delle vibrazioni proprie di chi guarda il quadro.

Anche la pittura giapponese lascia molto spazio al bianco rappresentante l’universo in contrapposizione al nero che, sempre secondo la filosofia Zen, rappresenta la forma materiale. L’equilibrio tra queste forze, vuoto/pieno, leggerezza/pesantezza, uomo/natura, rappresenta la pienezza della vita, serena e tranquilla.

Una vita che ci possa permettere di far fronte agli ostacoli che inevitabilmente incontreremo sul nostro cammino.

Il bianco dovrebbe quindi essere considerato un serbatoio da cui attingere potenzialità, energia che non dovrebbero spaventarci fino al punto di isolarci, ma accompagnarci nella nostra crescita, sia dal punto di vista intellettuale, spirituale che pratico.

Tale percorso potrebbe essere foriero di intuizioni brillanti, idee e progetti che potrebbero gratificare noi stessi e anche agli occhi degli altri.

Claudia Ducci

Il ruolo del consulente grafologo nel procedimento di mediazione

Nel nostro ordinamento trova spazio il procedimento di mediazione delle controversie civili e commerciali attualmente di tre tipi: mediazione facoltativa, mediazione delegata e mediazione obbligatoria. In relazione a quest’ultimo tipo di procedimento si pone in evidenza il possibile coinvolgimento del consulente grafologo sotto tre profili: consulente di parte, consulente tecnico di mediazione (c.d. “C.T.M.” in analogia al “C.T.U.” in sede giurisdizionale) nonché quale mediatore se in possesso dei requisiti richiesti dalla normativa. Anzitutto, anche per meglio delinearne la portata, risulta opportuno evidenziare che il nuovo comma 1-bis dell’art. 5 del Decreto Legislativo n. 28/2010 dispone che l’esperimento del procedimento di mediazione costituisce condizione di procedibilità per l’esercizio dell’azione giudiziaria relativa alle controversie in determinate materie tra le quali le successioni ereditarie.
Il procedimento ha una durata non superiore a tre mesi e prende avvio dalla domanda presentata mediante il deposito di un’istanza presso l’organismo di mediazione nel luogo del giudice territorialmente competente per la controversia. Il responsabile dell’organismo di mediazione investito della questione designa un mediatore e fissa l’incontro delle parti – che dovranno farsi assistere da un avvocato – non oltre trenta giorni dal deposito della domanda.
In particolare nelle controversie in materia di successioni, risulta evidente che ciascuna delle parti potrà allegare alla propria istanza una perizia grafologica in ordine, ad esempio, all’autenticità del testamento olografo pubblicato dalla controparte. Facendo un caso concreto potrebbero esistere due testamenti olografi pubblicati e aventi datazione diversa con la prevalenza dell’ultimo. L’oggetto della controversia potrebbe coincidere con l’apocrifia dell’ultimo testamento sulla scorta di una perizia o di una consulenza grafologica a fondamento di un’azione giudiziaria ma ancora prima oggetto del tentativo obbligatorio di mediazione. Molteplici le possibili sfaccettature del coinvolgimento quale consulente di parte del grafologo nel corso di questo procedimento.
Sotto altro profilo come previsto dalla normativa il mediatore può avvalersi di esperti ossia dei consulenti tecnici di mediazione (C.T.M.) i quali sono chiamati a prestare al mediatore supporto tecnico e specialistico in caso di mediazioni particolarmente complesse tra le quali si ipotizzano i procedimenti avviati sulla base di una domanda che alleghi una perizia grafologica. In tale contesto il grafologo può essere chiamato a svolgere detto ruolo.
Inoltre, il consulente grafologo può diventare mediatore se in possesso di laurea, almeno triennale, oppure se iscritto in un albo professionale, in ogni caso, acquisendo la qualifica di mediatore a seguito della frequenza di un corso tenuto da organismi iscritti nell’apposito registro tenuto presso il Ministero della Giustizia e all’esito di una prova di valutazione finale. Si ipotizza la designazione del grafologo-mediatore nei casi che abbiano ad oggetto l’autenticità di firme e/o di scritti.
In conclusione, il procedimento di mediazione delle controversia appare come un contesto ove il grafologo può essere chiamato a svolgere la propria attività professionale.

Gabriele Colasanti

Anche la cartolina postale di ricevimento può formare oggetto dell’indagine grafologica

Capita nella vita di tutti i giorni di ricevere una raccomandata con ricevuta di ritorno. Nella pratica quotidiana l’incaricato postale citofona all’indirizzo del destinatario, consegna la busta e fa apporre una firma sulla cartolina che tornerà al mittente al fine di attestarne la ricezione nonché sulla distinta che rimane agli atti dell’ufficio postale. Talvolta si tratta di comunicazioni inviate a mezzo raccomandata solamente per scongiurare lo smarrimento o i tempi “biblici” che talvolta assume la posta ordinaria, in altri casi la busta raccomandata contiene atti giudiziari o comunque comunicazioni stragiudiziali ma con effetti giuridici che decorrono dalla data di consegna (si pensi ad es. al termine di 30 giorni dalla comunicazione stabilito dall’art. 1137 c.c. per l’impugnativa della delibera annullabile dell’assemblea di condominio).Postino
Pur trattandosi di fattispecie a rilevanza penalistica potrebbe capitare di trovarsi di fronte ad una ricevuta postale comprovante la ricezione della comunicazione e/o dell’atto recante una sottoscrizione apocrifa. Di conseguenza l’incolpevole destinatario dell’atto potrebbe subire, suo malgrado, effetti giuridici rilevanti, quali a titolo esemplificativo decadenza dalla possibilità di proporre ricorsi e/o impugnazioni in generale, sulla scorta di una ricezione non avvenuta provata da una firma apposta da altra persona in suo danno.
Di conseguenza anche la ricevuta del servizio postale può formare oggetto di una perizia grafologica finalizzata a supportare l’azione giudiziaria tesa al disconoscimento della sottoscrizione. La consulenza potrebbe risultare maggiormente complessa in virtù del materiale (cartoncino), dell’inchiostro utilizzato (nella prassi anche pennarelli a tratto fine) oppure delle concrete modalità di apposizione della firma ad esempio utilizzando un muretto o il palmo della mano come supporto.
codice-civile_largeSecondo la giurisprudenza consolidata della Corte di Cassazione, come ribadito con la recente sentenza n. 3875 del 25 febbraio 2015, “l’avviso di ricevimento dell’atto spedito per la notifica a mezzo posta possiede la stessa natura certificatoria della relazione di notifica redatta dall’ufficiale giudiziario – da questi demandata all’agente postale – ed e’ pertanto assistito da fede privilegiata, ai sensi dell’articolo 2700 c.c., in ordine alle dichiarazioni delle parti ed agli altri fatti che l’agente assuma essere avvenuti in sua presenza. (Cass. nn. 8500/05, 11452/03, 3065/03, 1783/01). Ne consegue che il destinatario della notifica che affermi di non aver mai ricevuto l’atto, e in particolare di non aver mai apposto la propria firma sull’avviso di ricevimento, ha l’onere, se intende contestare l’avvenuta esecuzione della notificazione, di impugnare l’avviso di ricevimento a mezzo di querela di falso (Cass. nn. 3065/03, 1783/01 cit), a nulla rilevando, attesa l’autonomia fra giudizio penale e civile, che il preteso falso sia stato denunciato in sede penale.”
Ai sensi dell’art. 221, 1° comma, c.p.c., la querela di falso può essere proposta, da chiunque abbia interesse a contrastare l’efficacia di un documento, in via principale ma anche in corso di causa in qualunque stato e grado di giudizio e fino a che la verità del documento non sia stata accertata con sentenza passata in giudicato. La querela di falso può essere proposta con atto di citazione o con dichiarazione da unirsi al verbale di udienza, personalmente dalla parte o a mezzo del difensore munito di procura speciale.
Anche di fronte ad una “semplice” cartolina postale recante una sottoscrizione apocrifa non è sufficiente rivolgersi all’autorità giudiziaria penale ma risulta necessario avvalersi di un consulente-perito grafologo e di un avvocato.

Gabriele Colasanti

Grafologia nella selezione aziendale

Spesso, quando ci si trova a dover affrontare un colloquio di lavoro, nonostante titoli e competenze accertate, si devono fare i conti con l’ansia, che purtroppo a volte, non permette di rivelarci pienamente.

L’ansia che “blocca”, ci paralizza, e riesce a prendere il sopravvento sulla nostra mente, modificando le nostre azioni, e non rendendo libera la facoltà di espressione, che risulta essere così inferiore alle nostre reali capacità.

C’è l’ansia che “mobilita”, che rende iperattivi, come se ci fosse un vuoto da colmare, quindi fare sempre di più, sempre meglio, per esserci. Questo aspetto in talune circostanze può essere un fattore di stimolo ma in altri casi un fattore di disturbo soprattutto in contesti lavorativi complessi.

Dirigenti di Aziende, proprio per questi motivi, si rivolgono, sempre più di frequente, a grafologi professionisti, per avere un quadro completo e chiaro sulla personalità del candidato, far luce sulle potenzialità, se abbia o meno capacità di adattamento nel caso in cui dovesse svolgere un lavoro in equipe,lo spirito di iniziativa, senza lasciarsi sopraffare da blocchi dovuti all’ansia, se gli venisse richiesto di prendere decisioni immediate per il buon andamento dell’Azienda in questione.

Il ruolo del Grafologo, nell’ambito della consulenza aziendale, trova spazio sia nella selezione del personale da assumere che nella riorganizzazione delle risorse umane già nell’organico dell’azienda. La consulenza consiste nello scoprire, attraverso la scrittura i punti di forza del candidato o del dipendente, rivelare, a volte suo malgrado, le potenzialità, la facoltà di adattamento, e la possibilità di una personale evoluzione.

Sovente ci troviamo di fronte a scritture con un forte desiderio di “essere”,(scrittura fallica) ma con un ostacolo a volte insuperabile, la paura dell’insuccesso, quando si ha una scarsa fiducia nelle proprie possibilità, ci si rifugia nell’ansia, che paralizza e non ci fa andare avanti.

L’analisi della scrittura, centrata sul piano strettamente professionale, non lascia spazio a risvolti psicologici, ma, verte su elementi concreti, attinenti al ruolo che le è stato offerto.

Una volta redatta l’analisi, nel caso in cui il candidato, non fosse idoneo per quel ruolo specifico, il Grafologo farà emergere altre qualità, altrettanto importanti, in modo che l’Azienda possa valutare l’assunzione in un’altra posizione oppure trovargli una idonea collocazione in un altro settore in caso di riorganizzazione delle risorse umane.

Patrizia Belloni

Grafologia e pedagogia: l’analisi del disegno della figura umana

Dopo aver affrontato l’argomento dello scarabocchio e dell’evoluzione del disegno,  ci soffermiamo sull’analisi del disegno della figura umana quale indice psicopedagocico del bambino.

Infatti, nel disegnare la figura umana il bambino rappresenta in maniera inconscia se stesso e questo ci informa su come percepisce il proprio schema corporeo e i desideri che l’accompagnano, quindi l’analisi deve cogliere sia gli aspetti generali della personalità, sia alcune particolarità che possono aiutare a comprendere il perché del suo comportamento.

La COLLOCAZIONE sul foglio segue la regola interpretativa del simbolismo spaziale, che assegna a ogni zona del foglio inteso come spazio-ambiente un significato specifico:

– la figura umana è eseguita con buona collocazione nello spazio, ben proporzionata nelle forme: buon adattamento alla realtà circostante, crescita ben equilibrata

– il bambino disegna un omino piccolo, in fondo al foglio, con un tratto debole e tremolante: senso di inferiorità, sottovalutazione di sé rispetto ai coetanei;

– l’assenza o la non corretta collocazione di alcuni organi o parti del corpo umano, le cancellature ricorrenti, le interruzioni del tratto, le evanescenze: insicurezza, poca stima e fiducia in se tesso;

La scelta di collocare il disegno nelle varie zone del foglio dipende dalle caratteristiche psicologiche di base e dallo stato emotivo-affettivo del momento in cui il bambino esegue il disegno: un disegno posto in alto a sinistra indica sia la tendenza di legarsi ai ricordi, sia la timidezza o l’inibizione causata da esperienze negative. Chi preferisce usare la zona sinistra è immediato nell’espressione, partecipativo, fortemente legato alla madre; chi disegna a destra è meno espansivo e ha tanta voglia di crescere. Per la suddivisione verticale, i bambini più piccoli tendono ad usare la zona inferiore, perché li fa sentire più sicuri e protetti, per passare poi verso i 3-4 anni a quella centrale che occupano tutta dopo i 6-7 anni.

LA DIMENSIONE su un foglio formato standard 21×29,7 va considerata dall’apice della testa, compresi i capelli ed eventuale cappello, fino ai piedi ed è direttamente correlata alla percezione di sé del bambino:

dimensione piccola: bassa autostima, timidezza, timore del confronto

dimensione grande (più di metà del foglio): sicurezza e fiducia in sé , nei casi estremi, invadenza

dimensione corretta (8-18 cm.): subisce variazioni con l’età e presenta differenziazioni fra i sessi

Nei primi anni i maschi tendono a fare figure più grandi delle bambine le quali aumentano progressivamente e in modo costante le dimensioni fino a disegnare figure più grandi , nella pubertà, rispetto ai coetanei maschi, quando diventa forte il desiderio di piacere. La crescita delle dimensioni del disegno nei maschi presenta due momenti critici: verso i 5-6 anni e nella pubertà. Il primo si manifesta in concomitanza del passaggio dalla fase fallica al periodo di latenza e con la formazione del SuperEgo: ciò comporta l’evoluzione del processo di identificazione con una maggior consapevolezza di sé e dei propri limiti. Il secondo momento critico avviene nell’età puberale causato dalla paura di crescere e doversi staccare dalla madre e nel contempo dover rinunciare ai privilegi dell’età infantile: si attua una sorta di regressione segnalata dalla diminuzione delle dimensioni della figura umana.

LE PROPORZIONI riguardano il rapporto tra le varie parti fisiche del corpo nel suo insieme (occhi-viso, mani- braccia, tronco-gambe, ecc…); la giusta proporzionalità viene acquisita nel tempo, con l’evolversi della maturazione grafica che va di pari passo con la maturazione psicofisica. La capacità di eseguire figure umane con le giuste proporzioni viene fatta risalire ai 7 anni circa , quando il bambino acquisisce la capacità di osservare criticamente il proprio lavoro (realismo visivo per Luquet e stadio delle operazioni concrete per J. Piaget). Tuttavia quando le sproporzioni sono evidenti o addirittura eccessive, esse acquistano particolare significato anche in età precedente. Di particolare significato sono:

  • la testa grande: bisogno nutritivo e di comunicazione, anche esibizionismo;

  • la testa piccola: problemi connessi col nutrimento nelle prime fasi della vita;

  • il collo lungo: necessità di esplorare, ma anche sogni e fantasticherie gratificanti;

  • le braccia lunghe: bisogno di comunicare e di abbracciare, ma, se accompagnate da mani ad artiglio o con numerose dita o chiuse a pugno, denti molto evidenti, bocca marcata fortemente e rossa, possono essere segno sia di aggressività mal controllata che subita;

  • le braccia corte: timidezza, insicurezza, bisogno di rassicurazione;

  • le mani grandi: bisogno di scambi affettivi, ma anche voglia di picchiare gli altri;

  • le gambe lunghe: bisogno di stabilità, se troppo lunghe indicano il desiderio di raggiungere una figura adulta che viene vissuta come ‘modello’;

  • le gambe corte: indole pratica, tenuta fisica;

  • gli occhi grandi: curiosità per le cose e per i sentimenti di chi gli sta intorno.

IL TRATTO GRAFICO

IL termine ‘tratto’ è qui usato in senso grafologico; la gestione del tratto può essere continua e fluida, oppure frammentata, il segno può essere curvo o angoloso, leggero o appoggiato… Bisogna fare molta attenzione alla punta della matita, della penna o del pennarello usati e, possibilmente osservare più disegni eseguiti in giorni diversi. Il tratto ci consente di cogliere alcuni aspetti costituzionali del bambino, oltre che a poter individuare la presenza di interferenze emotive di provenienza sia interna che esterna. Più specificamente:

– tratto curvo: notevole capacità di adattamento a situazioni nuove, dipendenza dal consenso e dall’approvazione dell’ambiente circostante;

– tratto dritto: desiderio di far prevalere la propria volontà e tenacia sull’improvvisazione, maggior difficoltà a manifestare i propri sentimenti, ma anche, in presenza di un’angolosità accentuata, aggressività e opposizione.

Elisabetta Agnoloni

L’evoluzione del disegno

disegni articolo agnoloniDopo la fase dello scarabocchio  – di cui ho avuto modo di parlare in questo giornale nel mese di giugno – che segna il primo periodo del grafismo infantile, il bambino tra i 3 e i 4 anni elabora almeno due tipi di espressione, le FORME e le FIGURE, accompagnate spesso da commenti a voce alta, che stupiscono gli adulti, ma non i coetanei. Si tratta di un primo codice comunicativo che attraverso simboli grafici personalizzati permette al bambino di manifestare sentimenti e desideri: i personaggi e l’ambiente vengono raffigurati con un’ ottica soprattutto affettiva, egli muove i personaggi a suo piacimento, li esclude, li annulla, li ingigantisce e così via. Se i genitori o le maestre mostrano di apprezzare quello che fa, ecco nascere e svilupparsi in lui un senso di sicurezza e di autonomia.

Le FORME sono la prima evoluzione dello scarabocchio e indicano il desiderio del bambino di esplorare l’ambiente spaziale che lo circonda: è il momento del geometrismo (cerchi, triangoli, romboidi), della tendenza alla ripetizione composita; inoltre, muovendosi in libertà sul foglio sperimenta l’alto e il basso, la destra e la sinistra, il davanti e il dietro, il prima e il dopo. Tuttavia all’occhio dell’adulto sfuggono gli intenti rappresentativi in quanto le forme assomigliano a dei disegni astratti (realismo mancato). Nonostante l’autocritica sia ancora assente dalle valutazioni del bambino, un po’ alla volta egli capisce che deve avvicinarsi di più alla realtà perché la sua opera possa essere compresa dai grandi.

Le FIGURE rappresentano il traguardo successivo che vede comparire in sequenza la figura umana, la casa e l’albero fino a creare scene complesse. I disegni dei bambini piccoli nel corso di questi ultimi decenni si sono andati arricchendo di oggetti tecnologici e soggetti televisivi ( macchine, razzi ,carri armati, robot, mostri…, per i maschi, scene bucoliche con prati, fiori, farfalle, per le bambine). In ogni caso il disegno è soprattutto l’espressione concreta di sentimenti ed emozioni e basta un piccolo tratto, una macchia, un fiore senza foglie per metterci in grado di capire cosa il bambino vuol dire su di sé, sulla sua famiglia, sulla sua crescita.

Quello che stupisce è la raffigurazione iniziale di questi tre elementi, persona, casa, albero, secondo un modello fisso, quasi archetipico, del tutto indipendente dal contesto ambientale in cui il bambino vive.

Elisabetta Agnoloni

Grafologia e sport

Tra i vari ambiti professionali, dove la grafologia può trovare spazio, nella sua applicazione, mi fa  piacere annoverare anche quello sportivo.
Questo articolo può servire da “spunto” di riflessione per i preparatori atletici, figure di riferimento molto importanti per chi pratica uno sport a livello agonistico.
Gli allenatori “costruiscono” in base alle caratteristiche fisiche, ed al tipo di disciplina, un allenamento personalizzato, come un abito, cucito su misura.
Ma come si può capire se un atleta, svolge una adeguata preparazione, senza incorrere a quell’increscioso inconveniente che si chiama sovrallenamento?
Ciò comporta una riduzione della capacità di recupero psico-fisico, può causare insonnia, inappetenza, incapacità di concentrazione, apatia, facile irritabilità, a volte anche depressione.
Incide nelle prestazioni e necessita di un lungo periodo di riposo ed accurati controlli anche a causa di un accelerato battito cardiaco.
Anche in questo specifico settore la grafologia può essere di aiuto per evitare tutta una serie di problematiche, può dare un suo contributo. In che modo?
L’atleta prima del suo allenamento può scrivere su un foglio bianco, senza righe, nè margini, anche poche righe, il contenuto non è importante.
Al termine del suo allenamento scrive di nuovo, anche un testo diverso dal primo, e se lo sforo fisico sarà stato eccessivo, non adeguato, la grafia lo può rilevare. imagesCWHKH58P

Gli sportivi sono tenaci, dotati di un forte senso di responsabilità, rigorosi e con un forte controllo su se stessi, concentrati sull’obiettivo da raggiungere, tutto ciò si evince dal tipo di scrittura, sicuramente “rettilinea”,  la mente è in grado di elaborare  un rigo immaginario dove lo scritto si appoggia, e questo rende possibile che non ci siano nè cadute, nè salite,  il rigore e la disciplina agiscono sull’impostazione spaziale, ovvero la ripartizione, la gestione del foglio stesso.
Il foglio… meravigliosa metafora di come gestiamo la nostra vita sociale, professionale, quanto “spazio” concediamo  a noi stessi ed al prossimo.
L’obiettivo, ovvero la conseguenzialità, la continuità delle lettere, se c’è continuità vuol dire che c’è coesione tra il pensiero e l’azione.

Se dopo l’allenamento si notano delle differenze importanti, ovvero una scrittura “discendente”, una ripartizione spaziale confusa, tremolii, evanescenze nella pressione, come se l’inchiostro stesse per terminare, allora ci troviamo di fronte ad alcuni segnali, ad un campanello di allarme che evidenzia delle difficoltà nell’atleta con quel tipo di allenamento.

Patrizia Belloni