Il giusto approccio alla consulenza grafologica giudiziaria

A cura di Patrizia Belloni

“Avrei bisogno di conoscere se le firme apposte dal “de cuius…” su alcuni atti notarili che le ho allegato, possono essere compatibili o francamente dissimili al proposito, qualora vi sia una reale differenza (se ovviamente ne valga la pena richiedere una perizia), desidererei conoscere i tempi per la redazione della perizia e i relativi costi”. 

Questo è uno stralcio di una e – mail ricevuta il 7 Settembre 2021, ma è soltanto l’ultima in ordine cronologico di una lunga serie ma soprattutto sono le testuali parole dello scrivente. 

In “primis” prima di inviare al professionista grafologo atti notarili con relative firme (che ovviamente non ho visionato) sarebbe stato opportuno un incontro professionale telefonico durante il quale avrei spiegato al Dott. Sempronio che soltanto dopo aver effettuato una attenta analisi sulle firme (studio sul materiale prodotto) in questione ed altre certe anche precedenti, diluite nel tempo quindi vergate dal “de cuius” in tempi non sospetti al fine di poter valutare la variabilità grafica fisiologica di ciascun soggetto. 

La necessità di avere quanto più materiale possibile su cui lavorare nasce proprio dal fatto che essendo una seria e scrupolosa professionista non voglio trovarmi nella sgradevole condizione di dovermi arrampicare sugli specchi a maggior ragione se sono la CTP della “parte attrice” – ovvero di chi promuove la causa – un domani che il Giudice dovesse decidere di disporre una Consulenza Tecnica di Ufficio e quindi anche con il CTP di controparte.

La perizia delle firme assume un’importanza particolare dal momento che seppur autografa – ovvero scritta dalla stessa persona – a volte si esegue in modo frettoloso, spesso si possono notare omissioni di alcune lettere, altre volte invece si nota una particolare meticolosità ed addirittura arricchita  spesso abbellita da svolazzi e paraffi sicuramente superflui che potrebbero condurre fuori strada se il grafologo si limitasse ad una analisi empirica affidandosi esclusivamente al “colpo d’occhio”.

Talvolta lo stesso autore usa due firme: una ufficiale ed una per uso privato, quindi c’è una lunga serie di esami preliminari da effettuare come la valutazione del “ductus” i rapporti dimensionali, l’inclinazione, la velocità, la continuità ed infine la pressione ed il tratto poiché è la “traccia” (elemento fondamentale) che si lascia sul foglio, ed anche se la forma di suddetta traccia  a volte può apparentemente presentarsi con alcune differenze, ci sono degli idiotismi o gesti fuggitivi, involontari che ricorrono in entrambe le firme, come ad esempio lo spazio che intercorre tra il nome ed il cognome, oppure i puntini sulle “i”, ma anche le barre delle “t” o le doppie… in parole semplici quei gesti grafici che si compiono senza pensare su come eseguirli ma ciò non si verifica  sempre anzi… a volte la firma viene “creata” studiata a tavolino per essere utilizzata in alcune circostanze ed è per questo che lo studio è sempre indispensabile, anche per capire  se la scrittura della firma è naturale e spontanea oppure no  a seconda se corrisponda o meno alla personalità emersa dallo studio grafologico, per questo è importante affidarsi ad un consulente con la qualifica di Grafologo Giudiziario e non di un perito calligrafo.

La firma ha un’origine e una struttura ben diverse dal testo manoscritto poiché nasce in epoca evolutiva conseguente rispetto all’apprendimento della scrittura, pertanto la firma per quanto concerne l’analisi grafo – tecnica è idonea se possiede evidenti contrassegni qualitativi in quanto la sua brevità non permetterebbe di cogliere elementi quantitativi che garantiscano adeguatezza di confronto con verosimile certezza scientifica.

Ma per arrivare ad una conclusione seria ed affidabile il grafologo giudiziario deve necessariamente effettuare uno studio sulle firme in verifica con quelle comparative certe, vale a dire apposte su documenti di identità oppure atti notarili materiale fornito da chi si rivolge al consulente.

Lo studio ha un costo in quanto per eseguirlo il professionista sarà impegnato in una specifica attività professionale, per chi richiede un parere il suddetto studio sarà propedeutico al fine di un buon esito.

Per quanto mi concerne dopo uno studio se non ci sono i presupposti, le condizioni a procedere ad un parere pro – veritate o consulenza lo dico molto apertamente.

Il tale che mi ha inviato la mail che ho pubblicato in parte, quando dice: se ovviamente ne valga la pena richiedere una perizia”  ma per sapere  se ne valga la pena oppure no devo necessariamente condurre una attenta ed accurata analisi  come dicevo prima su tutte le firme, eseguire una anamnesi il che vuole dire: La persona che ha apposto le firme era nel pieno della propria volontà? Ovvero senza condizionamenti sia esterni (pressione da persone terze) che interni (sensi di colpa), se assumeva farmaci, quanto tempo è trascorso tra alcune firme e le altre ma soprattutto se in quel lasso di tempo si sono verificati eventi traumatici come lutti, depressione oppure cure farmacologiche…

Forse il Dott. Sempronio (nome ovviamente di fantasia) sottovaluta il lavoro e la professionalità altrui e ciò mi sgomenta in quanto trattasi di un professionista e “dovrebbe” essere a conoscenza di questo tipo di tematica.

“Desidererei conoscere i tempi per la redazione della perizia e i relativi costi”.

Premesso che inizialmente non si tratta di “perizia” ma di parere o consulenza, ovvio che la perizia ha costi maggiori ma parliamo di un lavoro che viene eseguito come ultimo atto di una vicenda, quindi prima uno studio su un testo manoscritto oppure firme da verificare con relative scritture o firme di comparazione, poi la mediazione con i rispettivi Avvocati (previsto per legge ai sensi del D.Lgs. 28/2010) di fronte ad un organismo preposto, e se non si raggiunge un accordo tra le parti  si instaura un contenzioso in sede giudiziaria ove  – sia la parte attrice (chi ha promosso la causa) sia la parte convenuta (chi in qualche modo deve difendersi dalla accusa di aver prodotto un falso)  vengono coinvolte nelle operazioni peritali fissate dal Giudice ed una volta  fotografati i documenti originali di fronte ad un CTU(nominato dal Giudice) ed il consulente di controparte si procede con la perizia dove si inseriscono le foto di documenti originali, altre scritture ecc.  

Il messaggio che ritengo sia utile divulgare attraverso il mio giornale è che prima di imbattersi in cause lunghe ed estenuanti oltre che molto costose dal punto di vista legale e non soltanto, è di fidarsi ed affidarsi ad un grafologo esperto che saprà consigliare nel migliore dei modi. 

  È vero che lo studio ha un costo (piuttosto irrisorio a fronte di una avventata azione legale) ma eviterà inutili battaglie molto spesso intraprese con familiari stretti. 

Risposta lapidaria da parte del Dott. “sempronio” dopo poco: “Grazie mi consulto con il mio Avvocato”. 

Fa bene a consultare il proprio Avvocato ma di sicuro avrebbe dovuto farlo sin da subito, decidere insieme al Legale di fiducia quale percorso intraprendere è la soluzione migliore, anche perché in relazione alla strategia che si intende seguire l’Avvocato può consigliare al proprio assistito se indirizzarlo verso un parere – pro veritate che sicuramente ha il suo costo in quanto si tratta di un lavoro molto dettagliato oppure  ad una consulenza più semplice o addirittura una relazione di una pagina scritta dal consulente che ha costi ancora minori.

Patrizia Belloni – grafologa giudiziaria

Considerazioni sul disconoscimento della firma

A cura di Patrizia Belloni

L’ autenticità non dipende dalla sola affermazione dell’autore.

Il quesito più ricorrente che viene posto al grafologo giudiziario, è quello di accertare l’autografia o l’apocrifia di una firma, che essa sia stata apposta su un assegno, oppure su un contratto di qualsiasi genere, piuttosto che su un testamento.
Il secondo quesito, è che la vittima del presunto raggiro vuole sapere l’identità del falsario.
Se insorgono dei sospetti su una persona specifica, allora, in quel caso, il consiglio è di reperire più scritti possibili, firme su documenti ecc… al fine di poter effettuare delle comparazioni.
Lo psicologo e grafologo M. Pulver, in “Le simbolysme de l’ecriture”, sostiene che “ la forma del linguaggio grafico non dipende principalmente dalla mano, ma da quelle parti corticali del cervello da cui partono gli impulsi motori che guidano il movimento”.
Tutto ciò rende quella firma “unica”, nonostante non si possa sottovalutare il range di variabilità grafica insito in ogni scrittura, infatti a volte basta davvero poco per far in modo che appaia con qualche piccola variazione.
Una posizione scomoda del nostro corpo, ad esempio se firmiamo stando in piedi, oppure su un supporto cartaceo ruvido oppure abraso, addirittura uno stato d’animo particolare possono fare in modo di modificare la scrittura.
Ma questo, contribuisce soltanto in modo superficiale, esteriore, a modificare la scrittura o firma, infatti il compito del grafologo giudiziario, è proprio quello di capire la vera essenza dello scrivente, in modo da poter interpretare nel miglior modo possibile la scrittura.
Il primo elemento da considerare, è il metodo con il quale la persona conduce il percorso grafico, elemento innato, del tutto caratteristico, che si può riconoscere anche in caso di disturbi senili oppure di natura nervosa.
Pressione e tratto, come già ricordato, sono elementi imprescindibili dal nostro essere, impostazione e presa di possesso dello spazio, ovvero il modo di “distribuire” il nome e cognome sul foglio e lo spazio che intercorre tra di loro.
Questi sono gli elementi più importanti da valutare quando ci troviamo ad analizzare una firma, fanno parte degli otto generi della scrittura e non possiamo non prenderli in considerazione anche quando…si rivolge al grafologo giudiziario una persona che intende disconoscere la propria firma, dice di essere vittima di un raggiro, ma… guardandola e facendo un confronto con le altre firme, apposte su patente, carta d’identità mi accorgo che la firma oggetto di perizia è totalmente compatibile con le altre.
Ugualmente e paradossalmente apposta nella più totale buona fede nel momento in cui l’ha vergata su un contratto, quindi del tutto spontanea, libera da condizionamenti, ben disposta dal punto di vista psicologico, insomma un movimento “ben guidato”.
Salvo poi pentirsi successivamente, non prendere in considerazione il diritto di recesso, sovente previsto dalla legge, e credere che la cosa più intelligente da fare sia quella di asserire che la firma non è autografa.
Il disconoscimento della propria firma, quando nel caso specifico è stata apposta nella più totale buona fede, è una battaglia persa, se il gesto grafico è spontaneo, quindi volontario, scevro da condizionamenti ed inibizioni, perché in quel preciso istante apporre “quella” firma sul contratto in questione era ciò che la persona voleva e desiderava fare.
Altra cosa, è quando si firma in modo diverso, tentando di cambiare quegli elementi caratteristici del proprio gesto grafico, premeditando di disconoscerla in seguito.
In questo caso, una mente già “preparata” a guidare la propria mano in modo differente dal solito, può fare insorgere in un primo momento dei dubbi al grafologo.
Ma una firma falsa può essere facilmente riconoscibile, spesso anche a vista d’occhio, senza avere bisogno di usare chissà quale strumentazione, se mancano i due requisiti fondamentali, ovvero: naturalezza – spontaneità, dal momento che i due termini in perizia grafologica non sono sinonimi.
Come citano Ottolenghi e Silveri sul libro “teoria e pratica del diritto” di Bruno Vettorazzo: “Solo dopo constatata la naturalezza-spontaneità (credibilità) dello scritto o firma si passa al confronto, perché la credibilità equivale a naturalezza e spontaneità ma non ancora ad autenticità”.

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Perizie grafiche. Intervista con Gianluca Ferrari.

Grafologia Magazine ha intervistato Gianluca Ferrari, dottore di ricerca in arti, letterature e lingue italiana ed europee, ufficiale dei Carabinieri, già Comandante della Sezione di grafica e fonica del RIS di Roma.

Da quanti anni svolge indagini nel campo delle comparazioni grafiche e ci vuole illustrare in cosa consiste?

Il mio approccio all’identificazione della scrittura risale agli anni dell’università. Stiamo parlando dell’a.a. 1992/1993, quando ho iniziato a frequentare la Scuola di Paleografia e Filologia Musicale dell’Università degli Studi di Pavia: dapprima con i corsi di paleografia latina, in seguito con quelli di esegesi delle fonti manoscritte. Il mio interesse per la scrittura e la sua attribuzione hanno trovato un primo e diretto riscontro nell’analisi del carteggio conservato agli Archivi Nazionali di Parigi riguardante Luigi Cherubini e la composizione del testo musicale e letterario di Anacréon ou l’Amour Fugitif, un opéra-ballet del 1803.

Ovviamente, una cosa è attribuire varianti e lezioni al librettista o al compositore; una cosa è identificare la mano di un soggetto che è chiamato a rispondere penalmente o civilmente delle azioni perpetrate tramite la manoscrittura.

L’approccio e il rigore metodologico e tecnico sono identici ma le ripercussioni sono ben diverse: nel primo caso potrà uscire un bell’articolo su una rivista specialistica se non addirittura una monografia; nel secondo è in gioco la libertà personale o interessi di tipo patrimoniale.

Comunque, grazie a queste competenze, sono stato scelto per svolgere il servizio militare come Ufficiale di complemento dell’Arma dei Carabinieri, e subito impiegato al Centro CC Investigazioni Scientifiche di Roma (poi divenuto RIS). La possibilità di coniugare la ricerca con l’utilità sociale del lavoro identificativo, mi hanno fatto abbandonare il progetto di carriera universitaria e decidere di continuare a prestare servizio nell’Arma dei Carabinieri.

La comparazione grafica è il mezzo grazie al quale è possibile attribuire, in termini positivi o negativi, una scrittura al soggetto che le investigazioni o il contesto documentale hanno fatto emergere come possibile autore. Si tratta, quindi, di un’identificazione non assoluta, ma relativa: è necessario disporre di un campione della grafia del soggetto affinché si possa tecnicamente accertare se sia o non sia colui che ha manoscritto il testo oggetto di interesse giudiziario. Per farlo, è necessario disporre di materiale grafico omogeneo in termini qualitativi (stile, materiali scrittori, etc.) e temporali (requisito della coevità) affinché il responso sia non solo tecnicamente corretto ma anche corrispondente alla verità che il quesito peritale intende appurare.

Può spiegarci, in base alla sua esperienza, quali sono gli errori più frequenti commessi nelle comparazioni grafiche?

Gli errori sono molteplici. Tra questi, quello più diffuso e pericoloso è far discendere direttamente un giudizio di identificazione positiva dalla corrispondenza estetico-formale di caratteristiche grafiche comuni e, per converso, esprimere un giudizio di esclusione di paternità sulla base della mera divergenza estetica e formale della scrittura in verifica da quella naturale e spontanea del presunto autore. Un giudizio d’identificazione positiva, invece, deve scaturire dall’esclusione dell’eventualità che le corrispondenze siano dovute all’eterogenesi (diffusione di caratteristiche di scrittura tra più soggetti nell’ambito della popolazione scrivente di riferimento) o il prodotto di una simulazione. Anche il giudizio di eterografia deve discendere dall’esclusione delle ipotesi concorrenti che, in questo caso sono: dissimulazione e invenzione grafica.

È l’apprezzamento della rarità e della complessità nelle modalità gestuali di realizzazione delle caratteristiche grafiche che deve essere alla base di ogni convincimento peritale. Tutto ciò con una premessa: non tutto è identificabile e non tutto può portare a giudizi estremi di giudizio. L’altro errore frequente, infatti, è quello di esprimersi in termini perentori, indipendentemente dalla consistenza del tracciato grafico da verificare e delle sue (solo sue!) possibilità di essere ricondotto al suo autore. Chi è chiamato ad esprimersi deve considerare la possibilità che, per carenza di elementi efficaci ai fini identificativi, il tracciato non possa essere attribuito. L’inconclusività dell’accertamento è un’ipotesi ben presente in tutta la letteratura scientifica e un’eventualità frequente nell’identificazione di tracciati grafici, specie nelle sigle, ma difficilmente i periti o consulenti si esprimono in tali termini per timore di essere considerati meno bravi. E in effetti, ci sarà sempre qualcuno che, per incapacità, presunzione o interesse, “accontenterà” il cliente, pubblico o privato che sia. Ciò crea, inevitabilmente, una spirale verso il basso, produttiva di effetti negativi sia sulla disciplina in sé, sia sui malcapitati che ne subiscono le conseguenze penali o civili.

Qual è il suo piano di lavoro quando si trova ad esperire una consulenza grafica?

L’indagine grafica volta all’identificazione dell’autore materiale di uno scritto, è un processo discriminativo teso a studiare l’evidenza fisica degli abiti grafici attraverso:

  1. la preliminare verifica della

    natura fisica del tracciato (discriminazione tra scrittura meccanica o manuale),

    – rispondenza della scrittura ai requisiti d’identificabilità;

  2. il rilevamento e l’analisi degli elementi distintivi delle grafie a confronto;

  3. la comparazione degli elementi distintivi;

  4. la valutazione dei dati emersi all’esito dell’analisi diretta e confrontuale.

Quindi, con riferimento a tutti i processi di ricerca scientifica, ritengo che non si possa procedere che attraverso le seguenti fasi:

  1. enunciazione delle ipotesi a priori (autografia naturale e spontanea, simulazione, dissimulazione, invenzione, etc.);

  2. discriminazione preliminare delle ipotesi ritenute superflue rispetto alla natura del documento e al quadro estetico emergente da una verifica preliminare;

  3. individuazione del metodo della ricerca al fine di discriminare le ipotesi ritenute possibili nel caso in esame (se l’ipotesi emergente come possibile è l’autografia, per esempio, devo ricercare elementi identificativi del procedimento di imitazione);

  4. raccolta dei dati della grafia in verifica X;

  5. raccolta dei dati della grafia in comparazione C;

  6. confronto dei dati X – C;

  7. valutazione delle ipotesi a priori alla luce dei risultati comparativi;

  8. bilanciamento delle probabilità di autografia/eterografia in relazione alle ipotesi subordinate;

  9. formulazione della risposta al quesito.

Nell’ambito dei casi effettuati in questi anni, può farci una classifica delle tipologie di reati in cui è stato incaricato come consulente e perito?

La casistica è molto ampia se si considera la tipologia dei documenti che ho avuto modo di verificare: documenti d’identità italiani ed esteri, scritture private, contratti, assegni, testamenti, dipinti, etc. Il primo posto della mia personale classifica è occupato dagli assegni che condividono la posizione con le scritture private. I reati, invece, sono sempre legati alla falsità materiale o all’uso di atto falso. Poi ci sono le “mode” e, tra queste, ormai da qualche anno, parallelamente all’affermarsi della tecnica della profilometria laser che ha permesso di risolvere inequivocabilmente l’ordine di apposizioni di tracciati in incrocio, c’è stata l’impennata delle ipotesi di reato concernenti l’abuso di un foglio firmato in bianco. A questa possibilità di contestazione, spesso si ricorre anche in modo strumentale e al fine di procrastinare le decisioni del Giudice, nel momento in cui la manoscrittura contestata è stata dichiarata autografa.

Patrizia Belloni